Scintille di innovazione da San Francisco

9 05 2008
Posto con piacere questo articolo di Jane Jacobs, che trovo di un interesse particolare, soprattutto nella parte in cui si parla di Maker Faire, e della necessità di trasportare l’esperienza americana in Italia.

 Buona Lettura. Massimo

Scintille di innovazione da San Francisco

 L’innovazione e l’improvvisazione sono le scintille che provocano la crescita tecnologica ed economica delle citta’. Quando gli uomini si ritrovano a vivere, produrre e consumare in economie cittadine vibranti che si sviluppano in maniera armoniosa, spesso riescono a sviluppare nuove idee che, applicate in particolari situazioni, luoghi e tempi, diventano motori di sviluppo economico.

Questo e’ accaduto nel caso di Taiwan negli anni ’60 e nel caso del Nord Est Italiano negli anni ’70. Questo accade ancora oggi nelle dinamiche economie delle citta’ che si affacciano sull’Oceano Pacifico.

Raramente alcuna crescita economica e stata sviluppata da contributi pubblici rivolti a pioggia al mondo della ricerca. In Unione Sovietica, si sono sviluppate straordinarie competenze nel campo della ricerca nucleare, ma tale ricerca e’ andata a rivolgersi  per lo piu’ alla produzione bellica e non si e’ evoluta da essa.

Spesso le innovazioni sono piccole, quasi insignificanti, esse si ritrovano nel mondo della produzione e con essa continuamente interagiscono senza che vi sia il bisogno di un contributo dallo Stato o di un costoso centro di ricerca finanziato da una grande multinazionale.

Non sto dicendo che tali soldi siano sempre spesi male, ma che l’innovazione e l’improvvisazione colgono il loro apice quando sono in parte dettati da necesssita’ produttive contingenti e portate avanti da persone che sanno applicare idee a pratica.

Come fare ad instillare qualche seme di genialita’ applicata? Come spingere le persone ad interessarsi di tecnologia e a “sporcarsi” almeno un po’ le mani attraverso il processo di innovazione e produzione?

San Francisco e la sua area metropolitana hanno generato scintille di innovazione grazie ai suoi improvvisatori e innovatori. Tali imporvvisatori erano in genere ragazzini che provavano nuovi macchinari nel loro garage o dietro i banchi di scuola. E’ il caso di Steve Jobs e di Steve Wozniak che iniziarono la rivoluzione del PC dal loro garage, e di Sergey Brin e Larry Page che hanno ideato gli algoritmi di Google mentre erano ancora a scuola.

A San Francisco si e’ trovata una risposta alla domanda di nuove inventzioni con una fiera chiamata Maker Faire, dove si pagano $25 per partecipare ad un evento di creativita’ di gruppo dove si gioca con micro-chip e transistors per creare nuovi strumenti elettronici. Alcuni di questi strumenti sono poco piu’ che giocattoli, ma altri potrebbero diventare i telefoni cellulari, i PC o i robot del futuro. Il festival è un raduno di “secchioni”, ma in più ha il gusto del “fai da te”, l’aggiunta di scienziati casalinghi, di pensatori, di artisti e di artigiani. Quest’anno i loro progetti elettronici includono robot sputa-fuoco, computers indossabili, stampanti tridimensionali e torte motorizzate (anche se non mi è ben chiaro cosa siano).

 Tutti sono incoraggiati a sporcarsi le mani costruendo i propri circuiti elettrici, creare nuovi articoli tecnologici e lanciare i loro razzi. Questo è il terzo anno della Maker Faire. Lo scorso anno vi parteciparono più di 40,000 persone e più di 20,000 persone hanno partecipato ad un simile evento in Texas.

L’idea di giocare con la tecnologia in un modo così nuovo può sembrare quasi superflua. Ma questo è il sale dell’innovazione, almeno secondo il parere di Tim O’Reilly, fondatore di O’Reilly Media, una società editoriale che pubblica le riviste Make e Craft. O’Reilly è un guru della tecnologia ed e’ stato l’inventore del termine Web 2.0 che cattura la tendenza di creare maggiore interattività, nello scambio di informazioni e nella collaborazione tra Internauti.

I computers, i chip, i sensori e gli altri componenti elettronici non sono mai stati così a buon mercato. Questo significa che i vari gadgets ad alta tecnologia stanno diventando beni usa e getta. Quindi possono essere smontati e riutilizzati per costruire cose nuove. Una vecchia macchina fotografica digitale, ad esempio, può essere collegata ad un aquilone per fare fotografie dall’alto, oppure, se l’aquilone si collega ad un navigatore satellitare ed ad altri dispositivi, si puo’ creare un aquilone automatico, che voli senza il controllo dell’uomo.

Inoltre, Internet sta aiutando persone di tutto il mondo a scambiarsi informazioni sui loro progetti. Siti web come Instructables.com e wiki-How.com sono diventati popolari luoghi di incontro per i nuovi inventori. Essi si fanno portatori dell’ideologia dell’ “open source”, dove il flusso di idee innovative si scambia gratuitamente. Questo modello iniziò per gli sviluppatori di software, ma si sta rapidamente espandendo in altri campi.

Un tipico progetto della fiera è quello di Addie Wagenknecht. Addie ha progettato un tavolo con speciali sensori che funziona come un computer. Questo nuovo tavolo ha simili caratteristiche al nuovo dispositivo di Microsoft chiamato Surface. Ma mentre il dispositivo di Microsoft costa $10,000, il tavolo elettronico progettato da Wagenknecht si puo’ costruire per soli $500 . Secondo Wagenknecht il suo tavolo ha molte più funzionalità di Surface. Dal momento che sia l’hardware che il software sono in open source, ognuno puo’ effettuare piccole modifiche per svolere nuove funzioni.

Come molte altre cose che stanno accadendo a questa Fiera dell’innovazione, incoraggiano a maggiore innovatività. 

Anche se il Maker Faire e’ un evento piu’ diverente che utile, esso permette di instillare il seme dell’innovazione e dell’improvvisazion, che portano crescita e succeso economico; se l’improvvisazione funziona, il motivo del suo successo non e’ teorico, ma pratico. 

 Credo che una Maker Faire che coinvolgesse giovani e inventori di ogni genere avrebbe un notevole successo anche nelle citta’ Italiane.




L’ostinazione della Banca centrale europea

2 05 2008

Tutti i principali Istituti di ricerca internazionali escono ultimamente rivedendo al ribasso le loro previsioni di crescita dell’economia globale per il 2008, a pochi mesi dalle loro stime.

Il Fondo monetario internazionale ha ritoccato ad aprile le proprie previsioni sul 2008 fatte a gennaio, limandole addirittura di 5 decimi di punto: ad inizio anno, la stima di crescita dell’economia internazionale era fissata al +4,2%, ad aprile è scesa al +3,7% per l’anno in corso.

Guardando alla crescita delle economie avanzate, e alla misura con la quale nel giro di pochi mesi è stata tagliata la stima, ci sembra di poter dire che esiste davvero il rischio di ricadere in una profonda crisi economica. Al momento, l’FMI stima una crescita per gli Usa non superiore allo 0,5-0,6% per il biennio 2008-2009; crescita che tuttavia è ancora tutta da verificare e che, alla luce degli scenari che si stanno profilando, potrebbe subire ulteriori ritocchi all’ingiù nei prossimi mesi. Analogo discorso per l’Area Euro, dove l’Italia sarà il fanalino di coda con una crescita prevista dello 0,3% nei prossimi due anni.

Inoltre, è di qualche giorno fa la notizia che, sempre l’FMI prevede che l’emorragia è ancora in là da terminare, annunciando che le Istituzioni finanziarie internazionali potrebbero riportare ulteriori perdite per 43 miliardi di dollari, pari insomma ad una manovra finanziaria tra le più alte che il nostro Paese abbia mai fatto.

L’inflazione nell’area dell’euro dovrebbe attestarsi nel 2008 al +2,8%, in crescita di 7 decimi di punto sul 2007, ma tuttavia sempre inferiore a quella statunitense.

Qual è il comportamento delle 2 Banche centrali in un quadro del genere? Mentre la Federal Reserve continua nel progressivo abbassamento dei tassi di interesse, al fine di ridare fiato all’economia americana ed evitare di mettere in ginocchio ulteriormente i consumatori più poveri che hanno contratto mutui subprime, la Bce invece si ostina a dichiarare di avere il timore di un’ulteriore infiammata sui prezzi nel medio termine. Infiammata che naturalmente è quasi tutta importata!

Insomma, mentre l’una abbassa drasticamente i tassi pur in presenza di un rischio inflazione ancora più marcato di quello europeo, la Banca di Francoforte, invece, tiene costanti i tassi, poiché la sua bussola è solo l’inflazione, rischiando così di dare il colpo finale ad un’economia in evidente fase di stanca e, in modo particolare ai consumi, viste le sempre più evidenti difficoltà di molti consumatori che in questi anni hanno contratto un mutuo a tasso variabile a saldare la propria rata. Lo stesso Fondo monetario internazionale sembra caldeggiare una virata nella politica montetaria della BCE, sottolineando proprio in questi ultimi giorni come la Banca centrale europea abbia ora spazio per abbassare il livello dei tassi di interesse alla luce del deterioramento dell’outlook economico.

A fronte di ciò mi domando: ma se ne hanno potere come credo, non è davvero il momento che i Governi europei pensino ad una revisione della mission della BCE? Se fossi in Berlusconi, sarebbbe una delle prime azioni che cercherei di avanzare in ambito europeo, considerato - come noto - anche il gravante peso degli oneri passivi sul nostro debito pubblico.




Università e Ricerca in Italia

28 04 2008

L’Italia produce meno laureati in confronto ai nostri diretti competitori, e la produttività scientifica delle nostre università, nonostante alcune straordinarie eccellenze, e’ tra le peggiori in Europa , segno che sia la didattica che la ricerca sono ingolfate e inefficienti.

Periodicamente lo spazio pubblico e’ attraversato dallo scandalo dei concorsi truccati e da promesse da parte della classe politica di nuove iniezioni di fondi per la ricerca e di riforme delle procedure di selezione dei ricercatori.

In questa breve discussione cercherò di mostrare come sia possibile offrire nuove opportunità di sviluppo ai ricercatori italiani, ridurre la fuga dei cervelli all’estero e migliorare l’attrattivita’ scientifica del nostro paese senza alcun aggravio ulteriore per il bilancio dello stato, semplicemente modificando i criteri di allocazione delle risorse e usando strumenti gia’ operativi nel nostro paese.

continua…




Sono Online le 10 domande di IE al Partito Democratico

31 03 2008



Le donne, le protagoniste del nostro futuro

25 03 2008
Il nuovo millennio ha riportato al centro della scena, nelle dinamiche di sviluppo del mercato del lavoro nazionale ed europeo, la donna.

Oggi più che mai le politiche di welfare, a qualsiasi livello istituzionale, sono attente più che in passato alle componenti deboli, come i giovani, e appunto le donne, prevedendo una serie di provvedimenti di stimolo alle capacità imprenditoriali, di riduzione delle barriere all’entrata al lavoro autonomo, di sostegno dei diritti d’eguaglianza e di responsabilizzazione femminile, nella consapevolezza che soltanto un modello sociale efficace può frenare il declino demografico, l’invecchiamento della popolazione, e creare ricadute positive per lo sviluppo economico futuro del territorio.

Certo, le disparità di genere ancora persistono, nonostante la crescita dei livelli di istruzione femminile, che in taluni segmenti della popolazione, hanno superato addirittura quelli maschili. Permangono ancora elevate difficoltà nella conciliazione tra tempi di lavoro e organizzaione familiare, malgrado strumenti legislativi più accoglienti di un tempo.

Ma rispetto agli anni addietro comunque qualche passo in avanti è stato fatto, vi è una maggiore consapevolezza che le donne, oggi, rappresentano la chiave di sviluppo del nostro Paese, che esse saranno le protagoniste essenziali del cambiamento.

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Il futuro dei nuovi manager (considerazioni sul merito da Rapporto Luiss 2008)

18 03 2008

Giovanni Stringa - Il Corriere della Sera - 18 Marzo

Piace (nella teoria), ma non convince (nella pratica). Il merito, per molti italiani, resta semplicemente un bel concetto, auspicabile ma poco seguito. E’ questa una delle fotografie del Bel Paese scattate dal Rapporto Luiss 2008 «Generare classe dirigente. Una sintonia positiva da ritrovare con il Paese», che sarà presentato domani a Roma.Per l’80% degli italiani, si legge nello studio, la meritocrazia è (o, vista la realtà poco incoraggiante, sarebbe) un principio giusto.
Ma il 40% è anche convinto che «ognuno può utilizzare legittimamente le relazioni di cui dispone per affermarsi».
Forse alcuni pensano al concetto di network anglosassone dove i docenti segnalano i migliori alunni e le università seguono gli studenti dopo la laurea. Ci sono però anche le classiche segnalazioni più relazionali che meritocratiche. Come dire: merito sì, ma le raccomandazioni sono ancor meglio.Una sorta di doppio gioco che diventa ancora più marcato quando il campione dell’indagine si riduce alle sole classi dirigenti: il 97% dice sì al merito, ma il 66,2% legittima senza problemi la classica pratica delle «spintarelle ». Tanto che alla fine quattro italiani su cinque, e l’85% della classe dirigente, ammettono che «nel concreto in Italia le relazioni e le raccomandazioni contano più del merito».

Se la meritocrazia continua a non sfondare, c’è tuttavia qualcosa che si muove nell’approccio degli italiani. All’insegna del mercato. Sì, proprio il mercato. E proprio nel Paese delle raccomandazioni, dei figli che succedono ai padri che sono succeduti ai nonni, e delle regole che, più che fare chiarezza, spesso buttano fumo negli occhi e frenano l’iniziativa privata. Per 63 italiani su 100, così ha rilevato l’indagine Luiss, «servirebbe aprire una stagione che privilegia il libero mercato e quindi anche il merito e la mobilità delle persone, che ne rappresentano la logica conseguenza».

Ma la posizione «liberomercatista» non si ferma qui. Una percentuale ancora più alta, il 72%, dice sostanzialmente che «l’Italia è un Paese da “slegare” da troppi vincoli burocratici che ne limitano un’efficace azione di governo». «Meno lacci e lacciuoli», insomma. Forse perché è proprio dove il mercato è più dinamico che il merito, come sottolinea il rapporto, ha più chance. Secondo gli italiani sono infatti le imprese, dalle piccole alle grandi, quelle che privilegiano di più il merito. In altre parole, chi vuole andare avanti solo con le proprie gambe ha più probabilità di crescita e di carriera nel mondo delle aziende. Molte di più di quanto succeda, invece, nella pubblica amministrazione, nella politica e nelle associazioni sindacali, che nel sondaggio si trovano in fondo alla lista dei settori meritocratici.

Tra l’altro, è proprio sul settore pubblico che si concentrano alcune delle proposte suggerite per dare più spazio alle capacità e meno alle raccomandazioni. Secondo la stragrande maggioranza degli italiani interpellati è necessario «premiare il merito nei concorsi pubblici (professioni e pubblica amministrazione) affidandoli a valutatori terzi per garantire trasparenza», e «licenziare» i funzionari statali «condannati in via definitiva, penalmente e amministrativamente».

Ne è convinto più del 90% del campione del sondaggio. Per realizzare l’indagine del Rapporto Luiss sono state raccolte le risposte di più di 2 mila famiglie, fra tutta la popolazione italiana, e sono state messe a punto 500 interviste circa per il campione della classe dirigente.

Ma, al di là del capitolo sul settore pubblico, nel privato è ancora una volta il mercato a essere più volte citato tra le proposte che raccolgono maggiori consensi. Per arrivare a una classe dirigente meno «figlia di papà» e più «self made», 75 italiani su cento chiedono più liberalizzazioni e più concorrenza, e 87 su cento auspicano meno tasse per le imprese virtuose (bilanci a posto, sistemi avanzati di sicurezza e qualità del lavoro, rispetto dell’ambiente). Non manca naturalmente, però, la questione dell’evasione: per l’85% un inasprimento dei controlli fiscali, evitando la concorrenza sleale tra imprese, è una condizione importante per favorire il merito «nell’interesse di tutto il Paese».

Non poteva poi mancare la politica. E qui, per la «casta», arrivano i «paletti»: 73 italiani su cento chiedono di «limitare a un massimo di due mandati l’eleggibilità dei politici (a tutti i livelli) per favorire il ricambio ». Un ricambio necessario, e non solo nella politica, se è vero che solo un italiano su quattro (27%) pensa che la classe dirigente del Paese sia responsabile, solo uno su tre (31,8%) la riconosce competente e addirittura poco più di uno su cinque (21,1%) la definisce innovativa. La situazione resta critica anche quando in gioco entrano i giovani e le loro prospettive: il 63,7% pensa di avere in futuro un lavoro e una posizione sociale inferiore a quella dei propri genitori.

Ma ci sono anche spiragli e situazioni positive. Il rapporto, infatti, parla di una «nuova classe dirigente » che sta formandosi in alcuni ambiti, anche se ristretti. Come associazioni sociali di volontariato e del terzo settore, o medie aziende vitali e attente allo sviluppo del territorio e del sociale. Sono questi i due «vivai » più promettenti secondo gli italiani. Mentre solo percentuali ridottissime, sotto il 5%, pensano che il ricambio possa arrivare dal mondo delle banche, dei sindacati, degli ordini professionali e delle scuole di formazione politica.

Quali sono le conclusioni del rapporto, preparato con la regia scientifica del rettore della Luiss Massimo Egidi e del direttore generale Pier Luigi Celli? L’idea di fondo del lavoro, su cui hanno lavorato Nadio Delai (Ermeneia), Carlo Carboni (Università Politecnica delle Marche), Massimo Bergami (Università di Bologna) e Raffaele De Mucci (Luiss), è quella di lanciare un «piano straordinario» che insista sul merito e sul ricambio. Non tanto, però, un piano che aggiunga regole su regole, burocrazia e confusione. Ma un progetto che abbia l’obiettivo di «slegare» il sistema nel suo complesso.




Nasce la Rivista di Innovatori Europei

18 03 2008

Nasce la Rivista Mensile di “Innovatori Europei” ed ecco la NUMERO UNO

Sono passati due anni dalla nascita di questo progetto, che inizia dall’impegno politico di un gruppo di amici a Roma per poi crescere in tutta Italia ed in Europa e diventare, piano piano, un Movimento presente in 40 territori ed un giovane Think Tank .

Dopo questi due anni passati attraverso un processo di “distruzione creativa”, infatti, Innovatori Europei ora vuole dedicarsi principalmente a diventare un innovativo e giovane Think Tank, specializzato sui temi del Sapere e Innovazione, Energia ed Ambiente, Politiche Europee ed Euro-Mediterranee.

Questa rivista, che verrà distribuita in maniera gratuita, in un primo momento in formato digitale, rappresenta il primo passo verso la sistematizzazione della nostra Knowledge Base, e speriamo sia da stimolo per il miglioramento dei nostri lavori.

Il mio augurio è che Innovatori Europei cresca, diventando un punto di incontro in cui discutere, insieme, su quei temi nuovi, che da sempre mi/ci appassionano, e che spero pian piano appassioneranno i cittadini europei del nuovo millennio.

Vi aspettiamo in tanti, per collaborare alla rivista, ai Centri di Competenza, o alla crescita di Innovatori Europei a livello territoriale.

Grazie a tutti quelli che hanno creduto e credono a questo progetto nuovo, e a quelli che ci crederanno.

Londra, Martedì 18 Marzo, 2008 - Massimo Preziuso

 




I DIECI TREND CHE STANNO CAMBIANDO E CAMBIERANNO IL MONDO

16 03 2008

Tratto da Fondazione Edison - Accademia dei Lincei: I dieci trend che cambieranno la geo-economia del mondo
Proiezioni dei maggiori istituti mondiali raccolte dalla Fondazione Edison nello studio “Dove va il mondo?

Popolazione, economia, cibo, energia e materie prime”
• POPOLAZIONE – Nel 2030, secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, la popolazione di Cina e India (quasi 3 miliardi di persone) sarà 2,7 volte superiore a quella di Europa, Russia e Nord America (1,1 miliardi).
• PIL – Nel 2039, secondo le proiezioni della Goldman Sachs, il PIL a prezzi correnti dei cosiddetti BRICs (Brasile, Russia, India e Cina) supererà quello complessivo dei Paesi del G-6 (USA, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia e Italia). Nel 2041 il PIL della Cina a prezzi correnti supererà quello USA. Ma già nel 2015, secondo le proiezioni dell’economista Angus Maddison per l’OCSE, il PIL a parità di potere di acquisto della Cina supererà quello degli Stati Uniti.
• ENERGIA E CO2 - Secondo le proiezioni dell’International Energy Agency, la Cina diventerà presto il principale consumatore mondiale di energia, superando gli Stati Uniti poco dopo il 2010. Nel 2015 il consumo di energia primaria della Cina sarà già di 2,9 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio (tep) contro i 2,6 miliardi degli USA e gli 1,9 miliardi della UE-27. Nello stesso anno le emissioni totali di CO2 della Cina saranno pari a 8,6 miliardi di tonnellate, contro i 6,4 miliardi degli USA e i 4 miliardi della UE-27.
• CONSUMO DI RAME – La Cina, secondo l’International Copper Study Group, ha superato gli Stati Uniti a livello mondiale nel consumo di rame nel 2002 ed ha superato la UE-27 nel 2005. Nel periodo gennaio-ottobre 2007 il consumo cinese di rame è già stato pari all’83% di quello complessivo di Stati Uniti e UE-27.
• SALDO COMMERCIALE NELL’ELETTRONICA/TLC – Secondo l’OCSE, dal 2004 la Cina è diventata il principale esportatore mondiale di prodotti dell’Information and Communication Technology. Nei prossimi anni rafforzerà sempre più questa posizione anche con propri marchi ed esportazioni dirette di proprie aziende.
• CONSUMO DI CARNE - Già oggi la Cina è il primo consumatore mondiale di carne (bovina+suina+pollo). Negli ultimi 20 anni i consumi pro capite di carne della Cina sono più che raddoppiati. Nel 2013, secondo le proiezioni del Food And Policy Research Institute (FAPRI), i consumi cinesi di carne supereranno quelli complessivi di Stati Uniti ed Unione Europea considerati assieme, toccando i 75 milioni di tonnellate.
• IMPORTAZIONI DI SOIA (IL “PETROLIO VERDE”) - A causa della crescente domanda mangimistica proveniente dai propri allevamenti e dalla domanda interna di carni, le importazioni di semi di soia della Cina sono state già pari nel 2007 a circa il 15% della produzione mondiale di soia. Nel 2017, secondo il FAPRI le importazioni cinesi di semi di soia toccheranno i 52 milioni di tonnellate, una somma pari all’86% della futura produzione di soia del terzo produttore mondiale, l’Argentina (il primo e secondo produttore mondiale, sono rispettivamente, USA e Brasile). In pratica, nel 2017 un quantitativo equivalente a quasi tutta la produzione di soia del terzo produttore mondiale sarà dunque destinata a soddisfare esclusiavmente la sola domanda della Cina. 
SURPLUS COMMERCIALE – Secondo “The Economist” nei dodici mesi intercorsi tra febbraio 2007 e gennaio 2008 il surplus commerciale con l’estero della Cina è stato di 265,2 miliardi di dollari. Ha superato quindi l’attivo commerciale della Germania, pari a 257,8 miliardi di dollari nel periodo gennaio-dicembre 2007. Nello stesso tempo il deficit commerciale con l’estero degli Stati Uniti è stato nel 2007 di 815,6 miliardi di dollari, appesantito in particolare dai deficit bilaterali con la Cina stessa, il Giappone e i Paesi petroliferi.
RISERVE VALUTARIE – Secondo “The Economist”, le riserve valutarie della Cina hanno raggiunto a fine dicembre 2007 i 1.530 miliardi di dollari e sono ormai di gran lunga le più elevate del mondo. Ciò nonostante, il cambio della moneta cinese resta ancorato artificiosamente al dollaro ed è sempre più debole, rendendo così “iper-competitive” le merci cinesi, specie rispetto a quelle europee. Negli ultimi 4 mesi il tasso di cambio tra la valuta europea e quella cinese è oscillato tra 10,4 e 10,9 renmimbi per euro toccando nuovi massimi storici.
DEBITO PUBBLICO USA IN MANI ASIATICHE – A fine 2007, secondo il Tesoro USA, il 44,5% del debito pubblico americano collocato sul mercato (“debt held by the public”, cioè escluso il debito finanziato direttamente dai fondi pensionistici, agenzie, ecc.) risultava sottoscritto da investitori stranieri. In particolare, il valore dei titoli a lungo termine del Tesoro degli Stati Uniti detenuto dai soli 6 maggiori Paesi asiatici (Cina, Giappone, Hong Kong, Corea del Sud, Taiwan e Singapore) ha raggiunto i 1.197 miliardi di dollari, pari al 61% delle obbligazioni di questo tipo detenute da investitori stranieri e a circa ¼ del debito pubblico complessivo americano collocato sul mercato.

continua su http://www.edison.it/edison/site/it/pressroom/releases/index.html?uri=/it/press/general/n11marzo2008.html




Globalizzazione e Protezionismo

13 03 2008

L’altro ieri, con un po’ di ritardo, ho visto su internet l’ultima puntata di Anno Zero in cui il commercialista di Berlusconi (alias, Giulio Tremonti), ci illuminava sui pericoli presenti e futuri della globalizzazione.

Suoi interlocutori erano Fausto Bertinotti, Antonio Boccuzzi (l’operaio sopravvissuto all’incidente della Thyssen e ora candidato per il PD, che bravo!) e Matteo Colaninno.

 (leggi l’articolo….)




Il presidente-operaio e la democrazia

10 03 2008

Caro Pierluigi,

il tuo commento coglie alcuni punti molto importanti a mio avviso.

La retorica recente, dopo numerosi decenni di scontro tende ad indentificare il datore di lavoro (il proprietario dei mezzi di produzione) e il lavoratore dipendente, il prestatore d’opera, sotto lo stesso ventaglio di bisogni e ambizioni, trascurando le disuguaglianze economiche sempre piu’ macroscopiche che si traducono inevitabilmente in disuguaglianze di opportunita’ e liberta’.

Inutile negarlo, questa contrapposizione tra datori di lavoro e lavoratori dipendenti esiste ancora nei fatti e nalla struttura della societa’ ma assume forme piu’ sfumate e meno individuabili. Il sociologo Bauman parla di indentita’ liquide per riferirsi alla molteplicita’ di ruoli sociali che assumiamo, via via, nel corso della nostra vita. Le biografie individuali sono sempre piu’ traiettorie non lineari e l’idea della mobilita’ sociale e’ una metafora potente della societa’. L’ambizione di “cambiare vita” e’ un ideale che istruisce il pensiero collettivo.

Forse per questo molti operai preferisicono immedesimarsi nei piccoli padroncini piuttosto che immaginarsi cristallizzati in una lotta di classe dove la possibilita’ di migliorare la propria vita e saltare dall’altra parte della barricata e’ “naturalmente” castrata.

L’atteggiamento difensivo proposto dalla sinistra in passato non e’ piu’ credibile, perche’ la storia lo ha condannato, ma anche perche’ propone una metafora sociale cristallizzata, che non prevede la mobilita’ sociale come processo naturale, organico al mantenimento della convivenza, ma solo come rottura (una volta si sarebbe detto rivoluzione).

Non che oggi non esistano tensioni regressive e difensive. Tutt’altro. I recente interventi di Tremonti tendono ad intercettare le paure della piccola borghesia, degli artigiani, dei titolari di piccole aziende, sempre piu’ esposti ad una competizione internazionale serrata.

Ma la nuova retorica, sebbene furbescamente parziale come ogni retorica, origina da un principio generale del pensiero liberista la cui validita’ non puo’ essere contestata e che e’ ormai un dato assodato in strati trasversali della societa’: non esiste ridistribuzione senza crescita e senza sviluppo. In questo senso datori di lavoro e lavoratori sono effettivamente “sulla stessa barca”.

Le comunanze di interessi forse finiscono qui, ma non e’ poco. Quello che scrivi e’ giustissimo. La psicologia del lavoro ha prodotto numerossisime conferme di quello che dici. Non e’ necessario menzionare il mobbing per rendersi conto che la posizione di subalternita’ del lavoratore dipendente ha effetti reali, non e’ un trucco beffardo della sinistra. Mi permetto di aggiungere che la scarsa autonomia decisionale, un disequilibrio tra le richieste dell’attivita’ lavorativa e gli elementi remunerativi, e l’insicurezza del posto di lavoro durante le riorganizzazioni aziendali sono ormai riconosciuti come fattori di rischio cardiovascolare e promotori di disturbi psichici.

Ma i conflitti non finiscono qui. Il rapporto tra capitalismo e democrazia e’ complicato e se e’ vero che lo sviluppo e’ condizione necessaria alla ridistribuzione, non ne e’ condizione sufficiente. La democrazia, perche’ sia sostanziale e non solamente procedurale, richiede che le opportunita’ di sviluppo, crescita, arricchimento e felicita’ siano equamente distribuite tra gli individui. La democrazia richiede almeno condizioni di eguaglianza ex ante, alla nascita, perche’ la mobilita’ sociale sia effettiva e non solo sbandierata. Il capitalismo inevitalmente genera disuguaglianze che si riflettono nelle generazioni successive. Solo lo Stato puo’, attraverso la tassazione e i meccanismi di ridistribuzione, sanare le distrsioni generate dal capitalismo.

In questo ruolo di moderatore del capitalismo, delle sue spinte polarizzatrici, la sinistra ha ancora molto da dire e si gioca il futuro.