La Pubblica Amministrazione sia noi

28 09 2011

La Pubblica Amministrazione sia noi

di Aldo Perotti

C’è una corrente di pensiero, negli ultimi anni assolutamente maggioritaria credo in gran parte del’occidente,che ritiene la Pubblica Amministrazione uno dei fattori limitativi dello sviluppo a causa dei suoi malfunzionamenti, della sua storica “rigidità” ed inefficienza. Questa posizione è all’origine di tutto quelle iniziative che puntano a ridurre la dimensione, l’importanza e specialmente i costi della “mano pubblica” per sostituirla con soluzioni alternative ispirate all’economia di mercato, alla libera concorrenza, all’iniziativa privata.

Sarebbe utile ricordare ai promotori di questa visione che la Pubblica Amministrazione non è una malattia, un ostacolo naturale od una credenza tribale destinata a scomparire con il progredire della scienza e della tecnologia, ma è un’invenzione dell’uomo, una necessità, la soluzione di un problema.

La Pubblica Amministrazione  compare nella storia in tempi relativamente recenti, prima – fino al medioevo -  potremmo dire che non esisteva. La Pubblica Amministrazione nasce e cresce di importanza essenzialmente in riferimento allo sviluppo di modelli partecipativi, è collegata alla democrazia. L’amministrazione è pubblica  perché è di tutti, altrimenti diventa amministrazione della cosa pubblica da parte di pochi o forse di uno solo, che è la monarchia o la dittatura.

Se in ossequio alle idee liberiste trasferissimo la gestione di tutti i servizi pubblici a dei privati potremmo arrivare al paradosso che pochi singoli –  e teoricamente addirittura uno solo (un monopolista)– divenga amministratore di tutto, raccolga le tasse, assuma e comandi gli eserciti, costruisca ospedali e scuole, assegni gli alloggi e perché no amministri la giustizia. Diverrebbe lui stesso lo Stato. Quando la Pubblica Amministrazione cede il passo all’impresa ed all’iniziativa capitalistica in certi settori inevitabilmente il sistema perde punti in termini di democrazia, tutti perdiamo un po’ di importanza e di libertà.

La dimensione e i costi della Pubblica Amministrazione potrebbero anzi essere considerati forse un indicatore di democrazia; li proprio dove la pressione fiscale è più elevata, si pensi ai paesi del Nord Europa, assistiamo a forme di democrazia più “compiuta” e senza che questo costituisca alcun limite allo sviluppo.

Se è vero che i malfunzionamenti e le inefficienze possono costituire un problema e un vincolo per l’avvio di certe iniziative, ovvero limitare un certo sviluppo economico, di contro la Pubblica Amministrazione costituisce l’unico ed il fondamentale custode e tutore degli interessi collettivi, da sempre e sempre più spesso in contrasto con gli interessi dei singoli o delle lobby.

La Pubblica Amministrazione è l’esecutore della volontà collettiva che viene “definita” attraverso gli strumenti della democrazia mediata di cui disponiamo (il Parlamento, il Governo). Molte disfunzioni sono anche da ricondurre a questa “mediazione” spesso causa di indicazioni contraddittorie e non sempre trasparenti; chissà se modelli e forme di democrazia diretta non siano in grado risolvere molti dei problemi della Pubblica Amministrazione.

Se più Pubblica Amministrazione vuol dire più democrazia, allora una Pubblica Amministrazione migliore è allo stesso tempo  presupposto e sintomo di un democrazia  moderna e funzionale, promotrice di forme di sviluppo  equilibrato ed  egualitario, sotteso a dinamiche redistributive della ricchezza, e non  mirato al solo incremento del PIL, incremento costato quella crescita delle disparità economiche sociali che stanno conoscendo molti paesi in quest’ultimo ventennio definibile post-comunista.

La ri-attribuzione di questo fondamentale ruolo di “specchio della democrazia” alla Pubblica Amministrazione è forse la prima e fondamentale innovazione della quale la politica dovrebbe farsi promotrice. Come uno specchio può deformare le immagini, la collettività spesso non si riconosce nella Pubblica Amministrazione e quello che vede non è se stessa, come dovrebbe essere, ma spesso solo la sua parte peggiore.

E’ vero, l’innovazione tecnologica è importante, come anche possono esserlo nuovi modelli organizzativi, ma fondamentale innovazione potrebbe essere – anche proprio attraverso la tecnologia  – l’avvicinamento della cittadinanza  alla Pubblica Amministrazione in un sistema di interrelazioni forti, qualcosa di non dissimile dal rapporto che ognuno di noi ha con l’amministratore del condominio dove abita. Si deve in qualche modo ridurre la distanza tra lo specchio e la collettività per ridurre le deformazioni.

Ovviamente questo sistema è tutto da definire, da regolamentare, ma lo scopo è quello di dare confidenza del fatto che la volontà e gli interessi collettivi siano effettivamente  “nelle corde” della Pubblica Amministrazione.

Nell’ambito dei procedimenti amministrativi, pure trasformati in maniera radicale negli anni attraverso la trasparenza amministrativa, non si riesce ancora a trasformare il rapporto singolo-P.A.  ma anche il rapporto cittadinanza-P.A. in qualcosa di utile e collaborativo e diverso da quella terribile “caccia all’errore” che contrappone la PA e i suoi interlocutori, e riempie di lavoro i tribunali amministrativi con conseguenti  ritardi  e sprechi di risorse.

Deve tornare ad essere ben chiaro il concetto che “la Pubblica Amministrazione siamo noi “ e non un soggetto terzo e lontano, un variabile indipendente ed imprevedibile, ma piuttosto un circolo, se vogliamo esclusivo, a cui tutti siamo iscritti come soci (cittadini) attivi.

 




E adesso l’Italia agli ingegneri!

5 03 2011

E adesso l’Italia agli ingegneri!

 di Massimo Preziuso (pubblicato su Lo Spazio della Politica)

Da giovane ingegnere mi è tornata alla mente una cosa che penso da tempo. Ovvero che, da quando in questo Paese il ruolo degli ingegneri è diventato sempre più marginale nelle imprese pubbliche e private, ma più in generale nella società, il Paese è pian piano diventato incapace di programmare ed attuare progetti ed investimenti di medio – lungo periodo. In questo senso, il caso della repentina e brusca approvazione da parte del governo del Decreto Rinnovabili è di scuola.

Qui si è visto all’opera l’approccio di una classe dirigente culturalmente indifferente alla programmazione, che non capisce che lo sviluppo di un Paese è semplicemente frutto del completamento di un insieme variegato di progetti e programmi possibilmente basati su tecnologie innovative, e che la realizzazione di questi richiede fondamentalmente il poter operare in scenari regolamentari il più possibile certi. Con la approvazione di un Decreto che vuole sostanzialmente annientare l’unica industria in crescita, in maniera anti ciclica, nel nostro paese – quella delle rinnovabili – risulta così ancora di più evidente l’assenza di un approccio manageriale – sistemico (proprio della cultura ingegneristica) allo sviluppo del Paese. Ed è per questo che l’Italia dei talenti imprenditoriali degli ingegneri Olivetti e Mattei è ormai un luogo lontano.

L’assenza dell’ingegnere dalla scena pubblica e privata comincia dalle Università. Basti guardare l’andamento delle iscrizioni negli ultimi venti anni: i giovani – assecondando i messaggi di una società che diceva loro che quel che conta davvero sono le cosiddette “soft skills” e non quelle “hard” – hanno pian piano abbandonato gli studi ingegneristici e si sono diretti verso le facoltà umanistiche (o al massimo ad Economia e Commercio).

Continua nel mondo delle imprese, oggi governate principalmente da professionisti con profili giuridici – economici, che portano con sé nella gestione societaria una logica manageriale di tipo amministrativo e burocratico, proprio oggi che una società complessa, sempre più basata su paradigmi tecnologici di breve durata e rapidissima intensità di crescita, dovrebbe svilupparsi attorno alle competenze tecniche e alla “cultura di progetto”, che un ingegnere più di tutti detiene, per formazione e forma-mentis.

Infine è presente nella politica. Mentre in Cina il potere politico è gestito da ingegneri (tra gli altri, Premier e Vice Premier lo sono) – e forse anche grazie a ciò quell’enorme e complesso Paese è riuscito a pianificare con un programma pluridecennale la crescita di quella che a breve diventerà la prima potenza economica del pianeta – in Italia esso è principalmente gestito da personalità di formazione giuridico – umanistica (il Premier è laureato in legge, il nostro Ministro dell’economia è un commercialista, il Ministro dello Sviluppo Economico ha la licenza liceale).

E’ per tutto questo che auspico a noi tutti che “l’Italia torni agli ingegneri e presto”, pena la fine di questo Paese.

Nota: L’articolo è chiaramente provocatorio, ma vuole mettere in risalto un fatto concreto: l’assenza dalla scena di quelle professionalità di formazione scientifica – che l’ingegnere rappresenta – che potrebbero invece far decollare il Sistema Italia.





Lacrime e sangue

15 01 2011

Lacrime e sangue

Fiatdi Fabrizio Macrì

„I ricatti ce li pone la globalizzazione, non Marchionne che ci trasferisce il Mondo com‘è, brutture comprese…pensare di continuare così, in un mondo cambiato, è privo di logica. Il gioco prima o poi finisce”.

Questi i due passaggi dell’intervista di Chiamparino che più mi hanno convinto e con il quale condivido non solo la posizione a favore del SI nel referendum di Mirafiori sostanzialmente per le stesse ragioni da lui indicate ma anche la stima di Marchionne e soprattutto il suo modo schietto di “trasferire” il crudo mondo della competizione internazionale nell’asfittica realtà italiana.

Che l’accordo vada migliorato non ci sono dubbi, ne’ ci sono però dubbi che PD e sindacati possano sperare di farlo solo accettando la sfida posta da Marchionne che si riduce ad un nodo che ci piaccia o no dobbiamo sciogliere: in Italia la produttività per unità di lavoro nel settore auto è 1/6 rispetto a Brasile e Polonia. Con questo problema dobbiamo confrontarci ed affannarci a fare proposte alternative se la soluzione Marchionne non ci piace.

Questo lo dobbiamo fare non solo per trattenere FIAT (unica multinazionale che intende investire in Italia al momento) ma anche tutte le altre attività produttive che il nostro paese lo stanno lasciando, schiacciate dalla scarsissima competitività del sistema.

Ruolo del PD quindi è non solo dire di SI a Marchionne in modo netto e chiaro perchè è ovvio e lampante che non possiamo permetterci di perdere un’azienda come FIAT ma anche indicare tutte le altre misure che la politica dovrebbe prendere per accrescere la competitività del sistema e la sua capacità di esportare ed attrarre investimenti a cominciare dalle misure che meno piacciono all’elettorato del Governo, come la riforma degli ordini professionali e l’introduzione di massicce dosi di liberalizzazioni ma anche la riforma della Pubblica Amministrazione ed una pesantissima riforma fiscale: LACRIME E SANGUE insomma, non altro. La realtà impone questo

Nota finale:

ciò che mi lascia allibito è che di fronte ad un Governo immobile e ad una lega nord che a livello locale comanda nelle regioni più forti del Paese da 20 anni ed ha il Governo in mano da 8 con due dicasteri chiave come Interni ed Economia , non si impieghino energie per mettere davanti alle proprie enormi contraddizioni e responsabilità la maggioranza al potere che di tanto vuoto e sterile nordismo ha riempito le nostre risorgimentali orecchie, ma ci si diverta a mettere il dito nelle pur esecrabili divisioni interne del Partito Democratico.





Sono le news, bellezza! (il libro di Michele Mezza)

6 01 2011

Sono le news, bellezza! (il libro di Michele Mezza)

                                                                                                                                                                                                                                                                        news-bellezzaL’Innovatore Europeo Michele Mezza pubblica “SONO LE NEWS BELLEZZA! Vincitori e vinti nella guerra della velocità digitale” (Interventi Donzelli).
 

Ecco una sintetica presentazione di un libro da leggere:

 

“Nell’anno di Mc Lhuan- il 2011 è il centenario della nascita-un libro per ragionare sul cambio di paradigma culturale indotto dalla rete, e anticipato proprio dal grande mass mediologo di Toronto.

 

Senza guardare in improbabili palle di vetro per  vaticinare inutili futuri, insieme a Derrik De Kerckhove che firma la prefazione, ed a Pierluigi Celli, che  propone la post fazione, tento di dare un senso ad una trasformazione che non ha nulla di deterministica tecnicalità, ma sembra piuttosto un grande ritorno, una conferma della supremazia del primato  dell’uomo, di ogni uomo.

 

 Proprio il formicolare di infiniti nani che si  sostituiscono ai pochi aristocratici giganti, che ci avevano fatto credere di  aiutarci a vedere meglio, ci rassicura sulla dimensione sociale della rete. Non siamo alla vigilia di un futuro cibernetico e  snaturante, quanto di un espansione di un moderno umanesimo digitale, che riemerge dopo la meccanicistica parentesi fordista.

 

L’informazione è la lente d’ingrandimento che ci fa meglio cogliere questo processo: si estende il consumo di notizie, si allarga la gamma dei produttori di news, si restringe lo spazio dei collettori, dei mediatori. O forse, muta solo il ruolo di questi  antichi artigiani della comunicazione, che non devono decidere  più se questa o quella è la notizia, ma quale senso  l’abbondanza di notizie, che comunque arriva ai nostri occhi , potrebbe assumere in questo o quel contesto.

 

Non è poco, e comunque c’è poco da fare, bisogna arrendersi all’evidenza: queste sono le notizie, bellezza!





Il sorpasso delle conversazioni sulle domanda (di Michele Mezza)

18 03 2010

Il sorpasso delle conversazioni sulle domanda (di Michele Mezza)

Il sorpasso delle conversazioni sulle domande. Così potrebbe sintetizzarsi la notizia di ieri del tutto ignorata da media e politica- che vede per la prima volta Facebook sopravanzare frequenza la homepage di Google. E’ ovvio che se aggiungiamo tutte le applicazioni del gruppo di Mountain View allora Google è ancora in testa. Ma il fatto che il social network più popolare per un’intera settimana riesca a superare il motore di ricerca più cliccato dovrebbe dirci molto.
Intanto , dovrebbe avvisarci che qualcosa di rilevante sta accadendo sulla rete: la socialità sta diventando il linguaggio dominante. La rete serve circolarmente a cooperare, in qualsiasi forma, dalla più frivola del cinguettio fra due adolescenti, alla più solenne delle ricerche scientifiche di gruppo. In rete si conversa per creare insieme. E non si domanda più solo a chi sa tutto. Anche quest’ultima cattedrale del top down si sta sbriciolando. Google che aveva dato il più possente colpo di piccone alla cultura dall’alto, ed allo stato proprietario, comincia a vacillare anch’esso sotto la pressione della cultura che ha contribuito a diffondere. Il vaso di Pandora è ormai irrimediabilmente aperto: ne sta uscendo una forza al momento non riducibile ad un singolo asseto di potere, come è il protagonismo collettivo.
La seconda cosa che ci dice l’evento è che ormai la conversazione è una pretesa sociale, un senso comune: io partecipo solo se sono ascoltato. Internet diventa allora la social listening technology.
Si rovescia il paradigma di Guttemberg: con il libro vincevano quelli che parlavano, coloro che dall’alto elargivano lezioni o comunicavano contenuti. Intendiamoci:una straordinaria stagione della civiltà, che ci ha portato a salire sulle spalle dei giganti. Ora però muta il contesto. Vince chi ascolta, chi , di volta in volta, sale sulle spalle di milioni di nani. E’ un tornante radicale, che ci porta in un’altra dimensione psico-sociale. Ed infatti proprio oggi è stato diffusa una rigorosa ricerca della BBC,a livello internazionale, sul modo in cui gli internauti intendono la rete. 4 utenti di internet su cinque considerano l’accesso in rete un diritto primario, e la libertà di uso della rete una rivendicazione costituzionale. Cosa ci vuole di più per comprendere che questi due dati- l’affermazione dei social network e la pretesa sociale di accesso- sono destinati a mutare la natura e la forma delle relazioni sociali a partire dalla politica. I meccanismi di formazione e trasmissione del sapere sono la matrice dei rapporti sociali e di potere. Al di fuori di questa visione la politica perde la sua capacità di incidere e di rappresentare la vita delle persone e delle comunità, riducendosi a cerimoniale decadente. Del resto proviamo a fare la prova del 9: ammettendo che quanto abbiamo qui accennato sia vero tutto quanto è accaduto dal 1989 in avanti acquista un senso compiuto a no? Ossia lo sgretolamento della forma dei partiti di massa, la perdita di rappresentanza e di incidenza sociale del movimento del lavoro, l’incomunicabilità delle sinistre, in tutte le versioni, con le nuove generazioni, l’incapacità di aggredire i linguaggi comunicativi. Tutto questo assume una sua ineluttabilità razionale alla luce dei nuovi processi sociali indotti dalla rete. Mentre se non li consideriamo come centrali, dobbiamo rassegnarci a considerare tutto quanto accade come il risultato di un destino cinico a baro.
Allora, perché i dati che citavo all’inizio entrano nell’agenda politica? Perché chi si candida a governare città a regioni non fissa il diritto alla connettività come questione sociale?Non lancia il tema di un piano regolatore della comunicazione? Perché chi attende alla ricostruzione della sinistra non prende atto che è la rete la nuova fabbrica? Come dice Manuel Castells nel sul ultimo libro Comunicazione e potere (Bocconi editore, Milano 2009)” i media non sono il quarto potere. Sono molto più importanti; sono lo spazio dove si costruisce il potere. I media costituiscono lo spazio in cui le relazioni di potere vengono decise tra attori politici e sociali in competizione fra loro”.

Michele Mezza





Studiare e Fare Ricerca in Italia: Come Progettare l’Università’ del XXI secolo

12 12 2008

Il nuovo studio di Innovatori Europei – Sapere

In questi giorni il dibattito pubblico si sta occupando di baroni, scandali giudiziari, e concorsi truccati. A noi di Innovatori Europei sembra invece giunto il momento di ri-centrare il dibattito su quello che veramente conta: quali opportunità il sistema universitario offre ad ognuno di noi per migliorare e crescere professionalmente? Per produrre e condividere innovazione e sapere? Per cambiare in meglio il nostro status sociale?
Nelle economia moderne, le Università sono un motore fondamentale dello sviluppo tramite la produzione di capitale umano, avanzamenti scientifici e l’integrazione con le giovani imprese in parchi del sapere per aggregare competenze e produrre ricchezza Ma non solo. L’accesso esteso agli studi universitari sarà tra i principali discriminanti tra società chiuse e immobili, e società dinamiche, aperte e pronte ad adattarsi ai mutamenti delle condizioni economiche globali.
Partiamo quindi dai dati. Fino al 35% dei lavoratori nei paesi più avanzati è impiegato nei settori ad alto contenuto tecnologico delle scienze della vita, della finanza, della comunicazione, dell’ingegneria, delle industrie manifatturiere leggere e high-tech. Ma strategiche sono anche la diffusione della cultura umanistica e artistica, tanto più’ importanti in un paese come il nostro, detentore del 70% del patrimonio artistico mondiale.
E invece, negli ultimi 15 anni i settori ad alta densità tecnologica hanno avuto in Italia tassi di espansione più lenti che altrove; gli investimenti in tecnologie della comunicazione sono stati scarsi e scarsamente produttivi; gli stipendi medi hanno perso potere d’acquisto.
Come recentemente descritto, la crisi italiana e’ soprattutto una crisi di produttività. Siamo stati di fatto incapaci di utilizzare appieno il nuovo apporto di forza lavoro, assorbire efficacemente le innovazioni tecnologiche e arricchire il capitale umano del paese per tenere il passo dei nostri diretti concorrenti. In Italia, il ritorno economico dell’investimento in istruzione terziaria è infinitesimo e in preoccupante decremento da 15 anni, mentre quasi la metà dei dirigenti e imprenditori ha un titolo di studio pari o inferiore alla terza media.
Da tempo l’Italia è il più grande esportatore europeo di cervelli e il paese meno capace di importare figure professionali qualificate dall’estero. Già agli inizi degli anni 90 la quota di laureati italiani residenti fuori dal territorio nazionale era doppia o tripla di quella degli altri paesi europei. Le Università italiane più aperte ospitano solo il 5% di ricercatori stranieri contro il 30-75% dei migliori Atenei del mondo. Inoltre, il nostro paese produce meno laureati dei nostri competitori e la durata degli studi è esorbitante: in Italia ci si laurea a 30 anni, dopo più di 9 anni dall’immatricolazione e circa 4 studenti su 10 sono fuori corso da oltre 5. Numeri impensabili in qualsiasi altro paese moderno.
Anche il versante della ricerca non offre un panorama rasserenante. La nostra produzione scientifica e’ inferiore per quantità e qualità a quella dei diretti competitori internazionali. Anche per questa ragione le nostre Università faticano ad attrarre capitali privati. Quando poi i nostri ricercatori riescono ad ottenere finanziamenti Europei, scelgono spesso di emigrare per realizzare i loro progetti, segno che ritengono il nostro paese inadatto a sostenere i loro studi.
Infine, aspetto non meno allarmante, l’Università pubblica italiana fallisce anche nella sua funzione di moderazione delle diseguaglianze sociali: solo 1 ragazzo su 3 tra i 19 e i 22 anni frequenta un corso accademico. Poco più’ della metà rispetto agli Stati Uniti, nonostante i costi per l’istruzione siano in quel paese ben più’ elevati.
E’ allora fondamentale dare gli strumenti legislativi e finanziari per consentire all’Università italiana di recuperare il terreno perso e raggiungere livelli di eccellenza, pur garantendo l’accesso all’istruzione superiore anche alle fasce più’ deboli della popolazione.
Oggi tutti sembrano convinti che più denaro e concorsi a prova di truffa possano risolvere ogni problema. Ma è questa la strada giusta? La ricerca accademica italiana è poco produttiva perché sotto-finanziata? La correttezza dei concorsi pubblici è veramente una questione risolvibile tramite leggi prescrittive sempre più dettagliate che finalmente indichino una procedura inespugnabile? E’ veramente una questione di furbetti, mascalzoni e fannulloni?
A prima vista maggiori investimenti pubblici sembrerebbero essere non solo necessari, ma urgenti: la quota di PIL devoluta alla ricerca e all’innovazione nel nostro paese è pari al 1.1% (di cui 0.55% statale) ed è inferiore alla media europea (EU15). Ma a guardar bene si scopre che le spese sostenute per full time – equivalent student e per ricercatore sono superiori a qualsiasi altro paese europeo e persino agli Stati Uniti. Inoltre il rapporto tra full time – equivalent students e docenti, una misura dell’effettivo carico didattico, non e’ diverso da quello delle ottime Università inglesi.
Esiste poi un altro mito, forse il più persistente, il quale consiste nel ritenere che il corretto funzionamento del meccanismo di reclutamento sia una questione essenzialmente etica e normativa. E allora ad ogni scandalo si introducono nuove fantasiose regole nel tentativo di circoscrivere la discrezionalità e promuovere la trasparenza fino a quando la fantasia dei regolati (che in Italia pare essere inesauribile) trova un metodo per superare i limiti imposti dalle leggi.
I dati empirici confermano tristemente quello che ognuno di noi conosce. Il fattore che maggiormente determina il successo accademico in Italia è l’affiliazione a qualche cordata locale o baronia, e non la produttività scientifica o la qualità della didattica offerta. Il “fattore campo”, se vogliamo usare una metafora calcistica, è così forte che un outsider deve produrre almeno 13 pubblicazioni in più di un affiliato se vuole partire alla pari nel concorso.
In realtà, non conta da chi è composta la commissione, se sorteggiati o selezionati tra un panel di esperti. Non conta la correttezza delle procedure formali, se nessuno pagherà mai per scelte sbagliate in sede di reclutamento e promozione. L’attuale sistema di fatto incentiva il prodursi di cordate e accordi. Il tempo che i professori dedicano a costituire e solidificare relazioni è necessariamente maggiore di quello dedicato a fare ricerca e insegnare, perché solo le “amicizie” contano veramente. Non è un problema antropologico, nemmeno genetico. E’ un problema strutturale che riguarda il sistema di incentivi che governano il sistema.
Fino ad oggi in Italia i fondi sono stati distribuiti su ba se storica, e il sistema di progressione salariale è automatico, biennale e dipende esclusivamente dall’anzianità di servizio. In Italia non esiste alcun meccanismo efficace di interruzione della carriera accademica che sia iniziato da una Università. Questo deve cambiare. Bisogna pretendere che il sistema universitario pubblico sia efficiente, produca risultati misurabili, si sottoponga alla verifica delle sue attività perché assegnare appropriatamente i fondi in assenza dei segnali prodotti dal mercato richiede una costante raccolta di dati e un attento scrutinio.
Come dimostrato dai recenti studi empirici, l’autonomia, finanziaria e legale delle Università e la loro responsabilizzazione attraverso le valutazioni di efficacia ed efficienza, sono i presupposti necessari perché qualsiasi riforma abbia una qualche speranza di successo.
Ad oggi, il 70% dei fondi provengono dal Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO). Da qualche anno però una parte del FFO viene assegnato secondo la Quota di Riequilibrio (QR) che entrerà a regime nel 2030. Questo meccanismo attribuisce i fondi pubblici in base al numero di full time students e al costo standard per studente. La QR si basa sul presupposto che le Università che offrono servizi migliori vengano frequentate da più studenti e siano quindi in grado di acquisire proporzionalmente maggiori risorse.
Purtroppo anche questo meccanismo presenta ancora notevoli imperfezioni. In sintesi la QR tende a favorire le aree didattiche a bassa intensità tecnologica che richiedono costi fissi minori; l’assenza di un sistema di controllo di qualità dei risultati tende a disincentivare la creazione di percorsi e metodi formativi innovativi, di per se stessi più’ rischiosi e costosi; terzo, in assenza di un mercato del lavoro che accoppi efficientemente produttività e salario la QR può incentivare una riduzione degli standard formativi e inflazionare il rilascio di lauree, come osservato molto chiaramente da recenti analisi empiriche.
E’ quindi fondamentale condurre valutazioni basate sull’evidenza scientifica per migliorare il calcolo della QR e includervi parametri in grado di riconoscere opportunamente le differenze di costi fissi tra le diverse aree e discipline. Sarà inoltre decisivo agganciare una parte rilevante dei fondi ad un sistema di valutazione della didattica che incorpori indicatori di volume (numero di laureati/anno) e indicatori di qualità’ (ad esempio, soddisfazione dell’utenza, tempo mediano di disoccupazione post-laurea, salario nel primo biennio post laurea, ecc).
Dovrà anche essere implementato un piano di edilizia universitaria e di prestiti facilitati legati alla performance dello studente che abbatta i costi di trasferimento e faciliti la mobilità. Infine dovrà’ essere favorito lo sviluppo di agenzie autonome per il ranking e resi pubblici i dati di performance delle Università.
Ma non dobbiamo dimenticare che il successo di un’istituzione accademica dipende anche dalla qualità e motivazione degli studenti. Il regime attuale, in cui gli studenti pagano solo il 10% dei costi, non incentiva lo studio serio e il raggiungimento di obiettivi formativi in tempi ragionevoli. Inoltre, rette artificialmente basse rappresentano di fatto un trasferimento netto dai poveri ai più ricchi, perché abbassano la qualità della didattica intrappolando i meno abbienti in un sistema non in grado di fornire una formazione adeguata a competere nei mercati globali. Dobbiamo prevedere di raddoppiare il contributo degli studenti e di estendere contemporaneamente borse di studio che coprano l’intero importo della retta degli studenti meritevoli con difficoltà economiche.
Ma questi provvedimenti incideranno solo indirettamente sulla qualità della ricerca, che necessita una ristrutturazione dei meccanismi di finanziamento.
Ad oggi solo una parte minoritaria del finanziamento pubblico viene devoluta specificamente alla ricerca tramite i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (PRIN, equivalente al 2% del FFO nel 2000), i fondi per giovani ricercatori (0.2% del FFO, sempre nel 2000) e altre fonti minori. Questi fondi vengono assegnati tramite un processo di valutazione esperta. I fondi vengono assegnati al ricercatore che può utilizzarli discrezionalmente per il raggiungimento degli obiettivi. Una parte di questi fondi va all’Università ospitante per la copertura dei costi indiretti (spese amministrative, affitti, personale di supporto). Il processo di valutazione esperta coinvolge almeno 3 revisori di cui 1 straniero. Inoltre è prevista, ma non ancora realizzata, una valutazione degli outcomes raggiunti.
Questo metodo di assegnazione è potenzialmente in grado di fornire gli incentivi e le condizioni ambientali necessarie a promuovere una vera rivoluzione delle produttività scientifica nel nostro paese. La competizione diretta e aperta per risorse limitate indurrà i gruppi di ricerca a dotarsi di modelli organizzativi e strumenti di analisi dei costi oggi sconosciuti nelle nostre Università. Costringerà gli Atenei a convergere verso un progressivo miglioramento della performance. Questi strumenti permetteranno contemporaneamente alle Università di competere a livello internazionale sul mercato privato della ricerca.
Ma questo mo dello di incentivazione non può funzionare alle attuali condizioni. Poco più del 2% del fondi non possono influenzare comportamenti generali. E necessario ristrutturare gradualmente ma con decisione, il fondo per il finanziamento Universitario in modo che almeno il 30% sia devoluto tramite il meccanismo PRIN. Inoltre i criteri di valutazione adottati in Italia non sono trasparenti e quindi non garantiscono l’adeguata allocazione delle risorse: in molti paesi, primo fra tutti gli USA, sono stati realizzati efficaci protocolli di assegnazione competitiva che potrebbero essere adattati alla realtà’ italiana. Infine è necessario istituire procedure per il controllo di qualità’ a breve e lungo termine dei progetti finanziati, dei criteri di valutazione e di accuratezza dei valutatori.
In conclusione, se da un lato le prestazioni dell’Università italiana sono fonte di estrema preoccupazione, essa è già parzialmente dotata degli strumenti necessari alla sua radicale riforma. Nonostante l’opinione pubblica sia indignata per gli scandali venuti recentemente alla luce, noi crediamo che gli istinti punitivi siano inutili e controproducenti. La riforma dovrà essere condotta con gradualità, consentendo a tutte le figure coinvolte di adattarsi con efficienza al cambiamento e di trarne i maggiori benefici.

Bibliografia:
- Banca D’Italia. Rapporto Annuale. Maggio 2008
- Bagues, Sylos Labini, Zinovyeva. Differential Grading Standards and University: Evidence from Italy. CESifo Economic Studies, Vol. 54, 2/2008, 149–176, doi:10.1093/cesifo/ifn011.
- Daveri, Jona-Lasinio. Italy’s decline: getting the facts right. Unpublished.
- Tammi. The competitive funding of university research: the case of Finnish science universities. High Educ, DOI 10.1007/s10734-008-9169-6
- European University Association. Financially Sustainable Universities. Toward full costing in european University. EUA Publications, 2008
- Gagliarducci et al. Lo splendido isolamento dell’Università Italiana. Presentato alla conferenza, “Oltre il declino”, Roma, 3 febbraio 2005.
- Lazear. Incentives in Basic Research. Journal of Labor Economics. Vol. 15, No. 1, Part 2: Essays in Honor of Yoram Ben- Porath (Jan., 1997), pp. S167-S197
- Becker, Ichino, Peri. How Large is the “Brain Drain” from Italy?. March, 2003
- UN Economic reports. Understanding Knowledge Societies. 2005. ISBN 92-1-109145-4
- Tinagli, Florida. L’Italia nell’era creativa. Creativity Group Europe; Luglio 2005.
- OECD Policy Brief. International Mobility of the Highly Skilled; Luglio 2002.
- OECD/GD(97)202. Technology Incubators: nurturing small firms. 1997.
- Perotti. The Italian University System: Rules vs. Incentives. European University Institute. 2002.
-  Simone, R., L’Università dei tre tradimenti, Laterza
-  Simone, R., Idee per il governo dell’università, Laterza
- Van der Ploeg. Towards Evidence-based Reform of European Universities. CESifo Economic Studies, Vol. 54, 2/2008, 99–120

Presidente:
Massimo Preziuso, Ph.D. in Finanza, LUISS; infoinnovatorieuropei@gmail.com
Coordinatore del gruppo di lavoro: “Progettare l’Università’ del XXI secolo”
Luca Neri, Post-Doctoral Fellow – Saint Louis University, Mo – USA; lneri@slu.edu;
Hanno collaborato alla stesura del documento:
Luca Neri, Post-Doctoral Fellow – Saint Louis University, Mo – USA; lneri@slu.edu;
Daniele Mocchi, ricercatore ISR – CCIAA Massa-Carrara; daniele.mocchi@gmail.com;
Andrea Candelli, Ph.D. student – Vrije Universiteit Amsterdam, The Netherlands; andrea.candelli@gmail.com;
Michele Cipolli, Consulente in ICT; mcipolli@msn.com;
Aldo Perotti, Funzionario del DPS – Ministero dello Sviluppo Economico; aldo.perotti@tesoro.it;
Giancarlo Giordano, Esperto in Gestione delle Aziende sanitarie giancarlo742001@yahoo.it;
David Ragazzoni, Filosofia Politica – Universita’ Normale Superiore di Pisa ; d.ragazzoni@sns.it.
Enzo Tripaldi, Consulente per Politiche Comunitarie e Sviluppo Rurale; enzotripaldi@tiscali.it;





Manifesto Sapere ed Innovazione

13 10 2008
  1.               

     

    MANIFESTO DEL GRUPPO “SAPERE E INNOVAZIONE”

     

    L’Italia soffre di un male oscuro: l’assenza di meritocrazia, che crea stagnazione nella società, nell’economia, nella politica, negli stessi rapporti umani. Un paese che non premia il merito, che non premia il talento, è un Paese che non consente mobilità sociale e quindi non consente vera libertà.

     

    Si è liberi quando si è in grado di avere le stesse opportunità e le stesse possibilità degli altri di accedere alle risorse, all’istruzione, e di liberarsi dalle condizioni di partenza (quelle dei propri genitori) attraverso il talento e l’impegno.

     

    I principali Istituti di ricerca ci dicono, ad esempio, che tutt’oggi la possibilità di accedere agli studi universitari rimane, invece, appannaggio quasi esclusivo delle classi più abbienti: sono studenti universitari il 18,1% dei maggiorenni figli della borghesia contro il 4,1% dei figli della classe operaia. Questo vuol dire, per i figli più “sfortunati”, affrontare una serie di ostacoli preliminari anche solo per poter provare ad investire le proprie risorse e capacità in un’aspirazione di scalata sociale. E’ dimostrato, infatti, come soltanto con un elevato livello di istruzione il giovane può (ma difficilmente comunque ci riuscirà) evitare di rimanere ingessato nella stessa posizione sociale dei propri genitori.

    Senza parlare poi delle difficoltà delle donne ad imporsi nella società odierna, nonostante tendano a studiare più e  meglio degli uomini e più di questi debbano far fronte ad impegni extralavorativi. Il nostro Paese deve tornare finalmente a porre al centro della sua azione politica la donna, e vedere il lavoro femminile, come strumento per uno sviluppo più armonioso della sua economia e della sua società.

    Una società che non premia il merito, che non premia le donne, è una società destinata ad avvitarsi su sé stessa, ad avviarsi al declino e all’invecchiamento. L’Italia è un paese senza natalità, che invecchia: siamo tra i Paesi meno fecondi al mondo! Se non invertiamo la rotta, dove troveremo le energie per crescere e prosperare? Il lavoro incerto e non garantito, l’enorme costo degli alloggi, sia di proprietà che in affitto, la carenza di servizi (asili nido) per le donne che lavorano, la rigidità degli orari di lavoro, la scarsa diffusione del part-time e del lavoro da casa sono ostacoli che devono essere abbattuti. Un Paese dove nascono pochi bambini non ha futuro! Non è pensabile rimanere fermi di fronte alla possibilità che fra qualche decennio 3 persone su 5 non saranno in età lavorativa, ma pensionati o bambini. Perché questo significa che più della metà della popolazione “non produttiva” peserà su meno della metà della popolazione “produttiva”.

     

    Più merito vuol dire più mercato. L’Italia ha bisogno di una forte cultura riformista di mercato, oggi poco presente sia a sinistra che a destra. Se il mercato funziona, esso è democratico. Sono i conflitti d’interesse che ammazzano il mercato, creando rendite di posizione che a loro volta consentono ad alcuni di poter forzare le regole o addirittura farsele su misura. Un circolo vizioso che va spezzato.

     

    Il progetto di Innovatori Europei punta a dare valore, dunque, ai seguenti aspetti: Ricerca e innovazione, Istruzione e capitale umano, Immigrazione, Competitività delle imprese, Rinnovamento generazionale, Parità di genere, Meritocrazia, Trasparenza e moralità delle Istituzioni saranno i nostri cavalli di battaglia, le tematiche che cercheremo di sviscerare, facendone nella circostanza battaglie culturali e politiche.

     

    Ma da dove cominciare per cambiare la società italiana se non dalla sua classe dirigente, pubblica e privata?

     

     Una società che non investe sul futuro e che non dà fiducia alle nuove generazioni non può dirsi veramente aperta e veramente libera. E’ una società destinata all’atrofizzazione. Una classe dirigente moderna dovrebbe avviare e governare l’atteso cambiamento della società civile e della politica del Paese, presentandosi come struttura “ponte” tra la società, la cosa pubblica e coloro che devono gestirla. Ma, purtroppo, chi si trova oggi in posizione di responsabilità nella direzione generale del Paese sembra non essere in grado di svolgere questa funzione, perché in generale manca di “visione comune” delle cose, di una condivisione forte di obiettivi per il futuro e di capacità di individuazione o di espressione di soggetti capaci di guidare l’innovazione. Insomma di capacità di assumersi il rischio del cambiamento. Una classe dirigente moderna dovrebbe possedere, invece, qualità come “visione strategica”, “senso morale, legalità, etica”, “capacità d’innovazione e creatività”, “capacità di attuare le decisioni” e “credibilità internazionale”.

     

    E’ proprio su queste qualità che Innovatori Europei vuole crescere, attraverso un approccio “bottom up”.

    Dal 2006, Innovatori Europei crede infatti che una società più giusta e meritocratica non possa trascendere dallo sviluppo di libertà quali Mobilità, Competitività, Etica, Talento, ovvero i veri nodi da sciogliere per ridare speranza e futuro a questo nostro Paese, lavorando con la base della Società.

     

     





MA E’ VERA DISOCCUPAZIONE?

1 10 2008

di Daniele Mocchi
I recenti dati Istat sulle tendenze del mercato del lavoro italiano lanciano segnali di una preoccupante crisi occupazionale che nei prossimi mesi potrebbe ulteriormente acuirsi alla luce della piega che sta prendendo l’economia mondiale.
Il tasso di disoccupazione è infatti riaumentato, posizionandosi al 6,7%, e la fase di crescita dell’occupazione sta gradatamente rallentando. A parte il terziario, tutti gli altri settori, a cominciare dall’industria, denotano restringimenti della base occupazionale. I servizi reggono a questo urto, facendo però ricorso in dosi sempre più massicce ai contratti atipici che vengono utilizzati soprattutto per impiegare lavoro femminile.
Tant’è che nel giro di dodici mesi, l’incidenza degli occupati che lavorano oltre le 30 ore è scesa di un punto percentuale (dal 74,6% al 73,5% attuale), riversandosi quasi totalmente nella fascia più bassa, quella che lavora dalle 10 alle 30 ore (dal 18,8% al 19,9%).
In generale le indicazioni che provengono da questi dati sono quelle che si tende a lavorare meno tempo, si lavora con meno sicurezze e diritti, e si trova lavoro soprattutto nei servizi.
Inoltre, a differenza di ciò che comunemente si può pensare, l’incremento della disoccupazione non è figlia soltanto di una espulsione della forza lavoro, ma anche di ex inattivi, soprattutto donne, che hanno deciso finalmente di mettersi attivamente alla ricerca di un’occupazione.
Questo fatto deve indurre a pensare, perché se da un lato è positivo, visto l’auspicio che l’occupazione (ma anche l’occupabilità) femminile aumenti, avendo la capacità di trascinarsi dietro lo sviluppo economico e sociale di un Paese, dall’altro questo nuovo attivismo deve fare riflettere alla luce anche della difficile condizione che vivono oggi le famiglie monoreddito. E’ evidente infatti, che oggi la famiglia ha problemi a sbarcare il lunario quando vi è una sola entrata, per cui anche quelle donne che fino a ieri potevano permettersi di stare fuori dal mondo del lavoro, oggi sono costrette ad entrarvi, anche accettando condizioni meno tutelanti da un punto di vista occupazionale e retributivo, ancora meglio laddove l’unico percettore di reddito è un working poor o un lavoratore atipico.
In genere questi nuovi lavori femminili del terziario sono spesso di basso profilo e abbastanza dequalificanti.
Questo non vuol dire che di punto in bianco sia sparita completamente quella che gli addetti ai lavori chiamano “la zona grigia”, ossia quell’area che sta a cavallo tra l’essere forza lavoro e il non esserlo.
Esiste purtroppo ancora un circa 5% di persone che per un motivo o per l’altro (disponibilità o ricerca) è in questa zona: è quello che viene definito segmento potenziale. E’costituito soprattutto da scoraggiati (sono circa un milione e mezzo ed in aumento del 17% rispetto a 12 mesi fa), donne in particolare, che anche per vincoli oggettivi legati all’ingresso e al contesto familiare, non sono riuscite a trovare in questi anni uno straccio di lavoro che risponda minimamente alle proprie esigenze/studi. Sono convinto che su questi segmenti lo Stato debba mettere in campo azioni di policy, che oltre a favorirne un loro ingresso nel mercato del lavoro e/o a stimolarne le capacità imprenditoriali, mirino ad aumentarne il grado di autostima o la consapevolezza delle loro potenzialità.





Università italiane verso la rivalutazione?

24 07 2008


di Luca Barbieri Viale
L’Università italiana nel suo insieme, dagli studenti ai docenti, ha detto e ripetuto che non intende sottrarsi a un severo processo di valutazione che porti alla valorizzazione del merito. Segnalo il recente appello “Salviamo l’Università! Un appello per la sopravvivenza e il rinnovamento dell’Università italiana attraverso la Valutazione” alla pagina http://universita.selfip.org/La differenziazione dei finanziamenti ministeriali, in base al merito degli atenei, sarebbe il passo decisivo nell’attuazione di quel processo di autonomia e selezione (ridimensionamento dell’offerta didattica, riduzione delle sedi, etc.) che aspettiamo da anni. Inclusa, finalmente, la libertà di differenziare le tasse e gli stipendi. Questo permetterebbe di razionalizzare il nostro sistema e incentiverebbe la competizione tra gli atenei: pochi ma buoni! potrebbe essere lo slogan da adottare …

Se la manovra proposta dall’attuale governo è di tagliare indiscriminatamente si va esattamente nellla direzione opposta. Il decreto Tremonti prospetta di tagliare indiscriminatamente l’organico, riducendo le nuove assunzioni di giovani, e di tagliare indiscriminatamente gli stipendi, anche a chi sta lavorando bene e rappresenta l’eccellenza in ambito internazionale; inoltre, introduce lo strumento della fondazione privata come mezzo per attivare una selezione naturale: chi riesce a finanziarsi sopravvive!

Ma non è affatto sorprendente, se ci pensiamo bene, questa è una naturale conseguenza dei vari precedenti fallimenti in materia (sia del centro-destra che del centro-sinistra) Inoltre, la linea di governo è coerente con il pensiero liberale che rappresenta la maggioranza degli italiani.

Il messaggio che il governo intende dare ? Chi riesce a finanziarsi, ha amicizie che contano, anche se non ha nessun merito, ha il diritto di sopravvivere e chi, anche se bravissimo, in Italia, continuerà ad esser sottovalutato o neanche considerato ? No! Il ministro Maria Stella Gelmini, ha spiegato le cinque grandi missioni del nuovo tavolo di consultazione permanente: garantire la qualità del reclutamento dei docenti, realizzare un sistema efficace e trasparente di valutazione, premiare le Università che ottengono risultati migliori in termini di qualità della ricerca e della didattica, prevedere un fondo per incentivare i docenti meritevoli, incoraggiare l’internazionalizzazione del sistema universitario.

Repetita iuvant! ma son solo parole che anche il precedente governo Prodi ha pronunciato e non mancavano in nessun programma di governo! Che fare ? L’unica risposta che possiamo cercare è in Europa! La dichiarazione di Lisbona, ad esempio: lo Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore fisserà le condizioni e il quadro normativo all’interno del quale anche l’Italia dovrà restare assumendo sempre che intenda rimanere in Europa.





Meritocrazia: le solite dichiarazioni di facciata?

16 06 2008

In questi ultimi giorni, sta tornando centrale nel dibattito politico nazionale il tema della meritocrazia e del talento. Iniziamo innanzitutto col dire che la società italiana ha un serio ed evidente gap da colmare su questo fronte. Premiare la meritocrazia e il talento significa aumentare la mobilità sociale, attualmente al palo, significa aprire le porte a chi per esempio è nato da genitori operai, non condannando il soggetto a fare la stessa sacrificata vita di coloro che lo hanno messo al mondo.

Significa anche maggiore efficienza e parità di diritti tra pubblico e privato.

Onestamente, le prime prese di posizione del Ministro dell’Innovazione Brunetta su questo tema non mi sono dispiaciute. Tuttavia l’esperienza insegna che non bastano le buone intenzioni, sono tantissimi gli ostacoli da superare, oltre ad un modello culturale che non si può pensare di cambiare soltanto a colpi di legge, come dimostrano le diverse riforme succedutesi negli anni precedenti (come ad esempio l’introduzione della licenziabilità dei dipendenti pubblici) che nella realtà sono rimaste inapplicate.

Qualche giorno fa leggendo l’intervista di Brunetta al Corriere sono un pò trasecolato: il senso della dichiarazione che ha fatto circa l’introduzione di un’aspettativa non retribuita per coloro che dal pubblico vorrebbero passare al privato o diventare autonomi, chiudendone il contratto se l’approdo va a buon fine, mi è sembrata più un’idea tesa al dimagrimento della Pubblica Amministrazione che ad una valorizzazione dei talenti che vi lavorano. E’ infatti assolutamente evidente che accetterebbero di lasciare il posto pubblico, coloro che credono veramente nelle loro capacità e si sentono frustrati perché non riescono a valorizzarle, a metterle in atto…Figuriamoci se i fannulloni penserebbero minimamente a mettere su un’impresa o a lavorare in un’azienda privata!
E’ per questo che ritengo che alle mere dichiarazioni debbano seguire atti concreti e corrispondenti e determinazione nelle loro applicazioni.








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