Studiare e Fare Ricerca in Italia: Come Progettare l’Università’ del XXI secolo

12 12 2008

Il nuovo studio di Innovatori Europei – Sapere

In questi giorni il dibattito pubblico si sta occupando di baroni, scandali giudiziari, e concorsi truccati. A noi di Innovatori Europei sembra invece giunto il momento di ri-centrare il dibattito su quello che veramente conta: quali opportunità il sistema universitario offre ad ognuno di noi per migliorare e crescere professionalmente? Per produrre e condividere innovazione e sapere? Per cambiare in meglio il nostro status sociale?
Nelle economia moderne, le Università sono un motore fondamentale dello sviluppo tramite la produzione di capitale umano, avanzamenti scientifici e l’integrazione con le giovani imprese in parchi del sapere per aggregare competenze e produrre ricchezza Ma non solo. L’accesso esteso agli studi universitari sarà tra i principali discriminanti tra società chiuse e immobili, e società dinamiche, aperte e pronte ad adattarsi ai mutamenti delle condizioni economiche globali.
Partiamo quindi dai dati. Fino al 35% dei lavoratori nei paesi più avanzati è impiegato nei settori ad alto contenuto tecnologico delle scienze della vita, della finanza, della comunicazione, dell’ingegneria, delle industrie manifatturiere leggere e high-tech. Ma strategiche sono anche la diffusione della cultura umanistica e artistica, tanto più’ importanti in un paese come il nostro, detentore del 70% del patrimonio artistico mondiale.
E invece, negli ultimi 15 anni i settori ad alta densità tecnologica hanno avuto in Italia tassi di espansione più lenti che altrove; gli investimenti in tecnologie della comunicazione sono stati scarsi e scarsamente produttivi; gli stipendi medi hanno perso potere d’acquisto.
Come recentemente descritto, la crisi italiana e’ soprattutto una crisi di produttività. Siamo stati di fatto incapaci di utilizzare appieno il nuovo apporto di forza lavoro, assorbire efficacemente le innovazioni tecnologiche e arricchire il capitale umano del paese per tenere il passo dei nostri diretti concorrenti. In Italia, il ritorno economico dell’investimento in istruzione terziaria è infinitesimo e in preoccupante decremento da 15 anni, mentre quasi la metà dei dirigenti e imprenditori ha un titolo di studio pari o inferiore alla terza media.
Da tempo l’Italia è il più grande esportatore europeo di cervelli e il paese meno capace di importare figure professionali qualificate dall’estero. Già agli inizi degli anni 90 la quota di laureati italiani residenti fuori dal territorio nazionale era doppia o tripla di quella degli altri paesi europei. Le Università italiane più aperte ospitano solo il 5% di ricercatori stranieri contro il 30-75% dei migliori Atenei del mondo. Inoltre, il nostro paese produce meno laureati dei nostri competitori e la durata degli studi è esorbitante: in Italia ci si laurea a 30 anni, dopo più di 9 anni dall’immatricolazione e circa 4 studenti su 10 sono fuori corso da oltre 5. Numeri impensabili in qualsiasi altro paese moderno.
Anche il versante della ricerca non offre un panorama rasserenante. La nostra produzione scientifica e’ inferiore per quantità e qualità a quella dei diretti competitori internazionali. Anche per questa ragione le nostre Università faticano ad attrarre capitali privati. Quando poi i nostri ricercatori riescono ad ottenere finanziamenti Europei, scelgono spesso di emigrare per realizzare i loro progetti, segno che ritengono il nostro paese inadatto a sostenere i loro studi.
Infine, aspetto non meno allarmante, l’Università pubblica italiana fallisce anche nella sua funzione di moderazione delle diseguaglianze sociali: solo 1 ragazzo su 3 tra i 19 e i 22 anni frequenta un corso accademico. Poco più’ della metà rispetto agli Stati Uniti, nonostante i costi per l’istruzione siano in quel paese ben più’ elevati.
E’ allora fondamentale dare gli strumenti legislativi e finanziari per consentire all’Università italiana di recuperare il terreno perso e raggiungere livelli di eccellenza, pur garantendo l’accesso all’istruzione superiore anche alle fasce più’ deboli della popolazione.
Oggi tutti sembrano convinti che più denaro e concorsi a prova di truffa possano risolvere ogni problema. Ma è questa la strada giusta? La ricerca accademica italiana è poco produttiva perché sotto-finanziata? La correttezza dei concorsi pubblici è veramente una questione risolvibile tramite leggi prescrittive sempre più dettagliate che finalmente indichino una procedura inespugnabile? E’ veramente una questione di furbetti, mascalzoni e fannulloni?
A prima vista maggiori investimenti pubblici sembrerebbero essere non solo necessari, ma urgenti: la quota di PIL devoluta alla ricerca e all’innovazione nel nostro paese è pari al 1.1% (di cui 0.55% statale) ed è inferiore alla media europea (EU15). Ma a guardar bene si scopre che le spese sostenute per full time – equivalent student e per ricercatore sono superiori a qualsiasi altro paese europeo e persino agli Stati Uniti. Inoltre il rapporto tra full time – equivalent students e docenti, una misura dell’effettivo carico didattico, non e’ diverso da quello delle ottime Università inglesi.
Esiste poi un altro mito, forse il più persistente, il quale consiste nel ritenere che il corretto funzionamento del meccanismo di reclutamento sia una questione essenzialmente etica e normativa. E allora ad ogni scandalo si introducono nuove fantasiose regole nel tentativo di circoscrivere la discrezionalità e promuovere la trasparenza fino a quando la fantasia dei regolati (che in Italia pare essere inesauribile) trova un metodo per superare i limiti imposti dalle leggi.
I dati empirici confermano tristemente quello che ognuno di noi conosce. Il fattore che maggiormente determina il successo accademico in Italia è l’affiliazione a qualche cordata locale o baronia, e non la produttività scientifica o la qualità della didattica offerta. Il “fattore campo”, se vogliamo usare una metafora calcistica, è così forte che un outsider deve produrre almeno 13 pubblicazioni in più di un affiliato se vuole partire alla pari nel concorso.
In realtà, non conta da chi è composta la commissione, se sorteggiati o selezionati tra un panel di esperti. Non conta la correttezza delle procedure formali, se nessuno pagherà mai per scelte sbagliate in sede di reclutamento e promozione. L’attuale sistema di fatto incentiva il prodursi di cordate e accordi. Il tempo che i professori dedicano a costituire e solidificare relazioni è necessariamente maggiore di quello dedicato a fare ricerca e insegnare, perché solo le “amicizie” contano veramente. Non è un problema antropologico, nemmeno genetico. E’ un problema strutturale che riguarda il sistema di incentivi che governano il sistema.
Fino ad oggi in Italia i fondi sono stati distribuiti su ba se storica, e il sistema di progressione salariale è automatico, biennale e dipende esclusivamente dall’anzianità di servizio. In Italia non esiste alcun meccanismo efficace di interruzione della carriera accademica che sia iniziato da una Università. Questo deve cambiare. Bisogna pretendere che il sistema universitario pubblico sia efficiente, produca risultati misurabili, si sottoponga alla verifica delle sue attività perché assegnare appropriatamente i fondi in assenza dei segnali prodotti dal mercato richiede una costante raccolta di dati e un attento scrutinio.
Come dimostrato dai recenti studi empirici, l’autonomia, finanziaria e legale delle Università e la loro responsabilizzazione attraverso le valutazioni di efficacia ed efficienza, sono i presupposti necessari perché qualsiasi riforma abbia una qualche speranza di successo.
Ad oggi, il 70% dei fondi provengono dal Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO). Da qualche anno però una parte del FFO viene assegnato secondo la Quota di Riequilibrio (QR) che entrerà a regime nel 2030. Questo meccanismo attribuisce i fondi pubblici in base al numero di full time students e al costo standard per studente. La QR si basa sul presupposto che le Università che offrono servizi migliori vengano frequentate da più studenti e siano quindi in grado di acquisire proporzionalmente maggiori risorse.
Purtroppo anche questo meccanismo presenta ancora notevoli imperfezioni. In sintesi la QR tende a favorire le aree didattiche a bassa intensità tecnologica che richiedono costi fissi minori; l’assenza di un sistema di controllo di qualità dei risultati tende a disincentivare la creazione di percorsi e metodi formativi innovativi, di per se stessi più’ rischiosi e costosi; terzo, in assenza di un mercato del lavoro che accoppi efficientemente produttività e salario la QR può incentivare una riduzione degli standard formativi e inflazionare il rilascio di lauree, come osservato molto chiaramente da recenti analisi empiriche.
E’ quindi fondamentale condurre valutazioni basate sull’evidenza scientifica per migliorare il calcolo della QR e includervi parametri in grado di riconoscere opportunamente le differenze di costi fissi tra le diverse aree e discipline. Sarà inoltre decisivo agganciare una parte rilevante dei fondi ad un sistema di valutazione della didattica che incorpori indicatori di volume (numero di laureati/anno) e indicatori di qualità’ (ad esempio, soddisfazione dell’utenza, tempo mediano di disoccupazione post-laurea, salario nel primo biennio post laurea, ecc).
Dovrà anche essere implementato un piano di edilizia universitaria e di prestiti facilitati legati alla performance dello studente che abbatta i costi di trasferimento e faciliti la mobilità. Infine dovrà’ essere favorito lo sviluppo di agenzie autonome per il ranking e resi pubblici i dati di performance delle Università.
Ma non dobbiamo dimenticare che il successo di un’istituzione accademica dipende anche dalla qualità e motivazione degli studenti. Il regime attuale, in cui gli studenti pagano solo il 10% dei costi, non incentiva lo studio serio e il raggiungimento di obiettivi formativi in tempi ragionevoli. Inoltre, rette artificialmente basse rappresentano di fatto un trasferimento netto dai poveri ai più ricchi, perché abbassano la qualità della didattica intrappolando i meno abbienti in un sistema non in grado di fornire una formazione adeguata a competere nei mercati globali. Dobbiamo prevedere di raddoppiare il contributo degli studenti e di estendere contemporaneamente borse di studio che coprano l’intero importo della retta degli studenti meritevoli con difficoltà economiche.
Ma questi provvedimenti incideranno solo indirettamente sulla qualità della ricerca, che necessita una ristrutturazione dei meccanismi di finanziamento.
Ad oggi solo una parte minoritaria del finanziamento pubblico viene devoluta specificamente alla ricerca tramite i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (PRIN, equivalente al 2% del FFO nel 2000), i fondi per giovani ricercatori (0.2% del FFO, sempre nel 2000) e altre fonti minori. Questi fondi vengono assegnati tramite un processo di valutazione esperta. I fondi vengono assegnati al ricercatore che può utilizzarli discrezionalmente per il raggiungimento degli obiettivi. Una parte di questi fondi va all’Università ospitante per la copertura dei costi indiretti (spese amministrative, affitti, personale di supporto). Il processo di valutazione esperta coinvolge almeno 3 revisori di cui 1 straniero. Inoltre è prevista, ma non ancora realizzata, una valutazione degli outcomes raggiunti.
Questo metodo di assegnazione è potenzialmente in grado di fornire gli incentivi e le condizioni ambientali necessarie a promuovere una vera rivoluzione delle produttività scientifica nel nostro paese. La competizione diretta e aperta per risorse limitate indurrà i gruppi di ricerca a dotarsi di modelli organizzativi e strumenti di analisi dei costi oggi sconosciuti nelle nostre Università. Costringerà gli Atenei a convergere verso un progressivo miglioramento della performance. Questi strumenti permetteranno contemporaneamente alle Università di competere a livello internazionale sul mercato privato della ricerca.
Ma questo mo dello di incentivazione non può funzionare alle attuali condizioni. Poco più del 2% del fondi non possono influenzare comportamenti generali. E necessario ristrutturare gradualmente ma con decisione, il fondo per il finanziamento Universitario in modo che almeno il 30% sia devoluto tramite il meccanismo PRIN. Inoltre i criteri di valutazione adottati in Italia non sono trasparenti e quindi non garantiscono l’adeguata allocazione delle risorse: in molti paesi, primo fra tutti gli USA, sono stati realizzati efficaci protocolli di assegnazione competitiva che potrebbero essere adattati alla realtà’ italiana. Infine è necessario istituire procedure per il controllo di qualità’ a breve e lungo termine dei progetti finanziati, dei criteri di valutazione e di accuratezza dei valutatori.
In conclusione, se da un lato le prestazioni dell’Università italiana sono fonte di estrema preoccupazione, essa è già parzialmente dotata degli strumenti necessari alla sua radicale riforma. Nonostante l’opinione pubblica sia indignata per gli scandali venuti recentemente alla luce, noi crediamo che gli istinti punitivi siano inutili e controproducenti. La riforma dovrà essere condotta con gradualità, consentendo a tutte le figure coinvolte di adattarsi con efficienza al cambiamento e di trarne i maggiori benefici.

Bibliografia:
- Banca D’Italia. Rapporto Annuale. Maggio 2008
- Bagues, Sylos Labini, Zinovyeva. Differential Grading Standards and University: Evidence from Italy. CESifo Economic Studies, Vol. 54, 2/2008, 149–176, doi:10.1093/cesifo/ifn011.
- Daveri, Jona-Lasinio. Italy’s decline: getting the facts right. Unpublished.
- Tammi. The competitive funding of university research: the case of Finnish science universities. High Educ, DOI 10.1007/s10734-008-9169-6
- European University Association. Financially Sustainable Universities. Toward full costing in european University. EUA Publications, 2008
- Gagliarducci et al. Lo splendido isolamento dell’Università Italiana. Presentato alla conferenza, “Oltre il declino”, Roma, 3 febbraio 2005.
- Lazear. Incentives in Basic Research. Journal of Labor Economics. Vol. 15, No. 1, Part 2: Essays in Honor of Yoram Ben- Porath (Jan., 1997), pp. S167-S197
- Becker, Ichino, Peri. How Large is the “Brain Drain” from Italy?. March, 2003
- UN Economic reports. Understanding Knowledge Societies. 2005. ISBN 92-1-109145-4
- Tinagli, Florida. L’Italia nell’era creativa. Creativity Group Europe; Luglio 2005.
- OECD Policy Brief. International Mobility of the Highly Skilled; Luglio 2002.
- OECD/GD(97)202. Technology Incubators: nurturing small firms. 1997.
- Perotti. The Italian University System: Rules vs. Incentives. European University Institute. 2002.
-  Simone, R., L’Università dei tre tradimenti, Laterza
-  Simone, R., Idee per il governo dell’università, Laterza
- Van der Ploeg. Towards Evidence-based Reform of European Universities. CESifo Economic Studies, Vol. 54, 2/2008, 99–120

Presidente:
Massimo Preziuso, Ph.D. in Finanza, LUISS; infoinnovatorieuropei@gmail.com
Coordinatore del gruppo di lavoro: “Progettare l’Università’ del XXI secolo”
Luca Neri, Post-Doctoral Fellow – Saint Louis University, Mo – USA; lneri@slu.edu;
Hanno collaborato alla stesura del documento:
Luca Neri, Post-Doctoral Fellow – Saint Louis University, Mo – USA; lneri@slu.edu;
Daniele Mocchi, ricercatore ISR – CCIAA Massa-Carrara; daniele.mocchi@gmail.com;
Andrea Candelli, Ph.D. student – Vrije Universiteit Amsterdam, The Netherlands; andrea.candelli@gmail.com;
Michele Cipolli, Consulente in ICT; mcipolli@msn.com;
Aldo Perotti, Funzionario del DPS – Ministero dello Sviluppo Economico; aldo.perotti@tesoro.it;
Giancarlo Giordano, Esperto in Gestione delle Aziende sanitarie giancarlo742001@yahoo.it;
David Ragazzoni, Filosofia Politica – Universita’ Normale Superiore di Pisa ; d.ragazzoni@sns.it.
Enzo Tripaldi, Consulente per Politiche Comunitarie e Sviluppo Rurale; enzotripaldi@tiscali.it;





Manifesto Sapere ed Innovazione

13 10 2008
  1.               

     

    MANIFESTO DEL GRUPPO “SAPERE E INNOVAZIONE”

     

    L’Italia soffre di un male oscuro: l’assenza di meritocrazia, che crea stagnazione nella società, nell’economia, nella politica, negli stessi rapporti umani. Un paese che non premia il merito, che non premia il talento, è un Paese che non consente mobilità sociale e quindi non consente vera libertà.

     

    Si è liberi quando si è in grado di avere le stesse opportunità e le stesse possibilità degli altri di accedere alle risorse, all’istruzione, e di liberarsi dalle condizioni di partenza (quelle dei propri genitori) attraverso il talento e l’impegno.

     

    I principali Istituti di ricerca ci dicono, ad esempio, che tutt’oggi la possibilità di accedere agli studi universitari rimane, invece, appannaggio quasi esclusivo delle classi più abbienti: sono studenti universitari il 18,1% dei maggiorenni figli della borghesia contro il 4,1% dei figli della classe operaia. Questo vuol dire, per i figli più “sfortunati”, affrontare una serie di ostacoli preliminari anche solo per poter provare ad investire le proprie risorse e capacità in un’aspirazione di scalata sociale. E’ dimostrato, infatti, come soltanto con un elevato livello di istruzione il giovane può (ma difficilmente comunque ci riuscirà) evitare di rimanere ingessato nella stessa posizione sociale dei propri genitori.

    Senza parlare poi delle difficoltà delle donne ad imporsi nella società odierna, nonostante tendano a studiare più e  meglio degli uomini e più di questi debbano far fronte ad impegni extralavorativi. Il nostro Paese deve tornare finalmente a porre al centro della sua azione politica la donna, e vedere il lavoro femminile, come strumento per uno sviluppo più armonioso della sua economia e della sua società.

    Una società che non premia il merito, che non premia le donne, è una società destinata ad avvitarsi su sé stessa, ad avviarsi al declino e all’invecchiamento. L’Italia è un paese senza natalità, che invecchia: siamo tra i Paesi meno fecondi al mondo! Se non invertiamo la rotta, dove troveremo le energie per crescere e prosperare? Il lavoro incerto e non garantito, l’enorme costo degli alloggi, sia di proprietà che in affitto, la carenza di servizi (asili nido) per le donne che lavorano, la rigidità degli orari di lavoro, la scarsa diffusione del part-time e del lavoro da casa sono ostacoli che devono essere abbattuti. Un Paese dove nascono pochi bambini non ha futuro! Non è pensabile rimanere fermi di fronte alla possibilità che fra qualche decennio 3 persone su 5 non saranno in età lavorativa, ma pensionati o bambini. Perché questo significa che più della metà della popolazione “non produttiva” peserà su meno della metà della popolazione “produttiva”.

     

    Più merito vuol dire più mercato. L’Italia ha bisogno di una forte cultura riformista di mercato, oggi poco presente sia a sinistra che a destra. Se il mercato funziona, esso è democratico. Sono i conflitti d’interesse che ammazzano il mercato, creando rendite di posizione che a loro volta consentono ad alcuni di poter forzare le regole o addirittura farsele su misura. Un circolo vizioso che va spezzato.

     

    Il progetto di Innovatori Europei punta a dare valore, dunque, ai seguenti aspetti: Ricerca e innovazione, Istruzione e capitale umano, Immigrazione, Competitività delle imprese, Rinnovamento generazionale, Parità di genere, Meritocrazia, Trasparenza e moralità delle Istituzioni saranno i nostri cavalli di battaglia, le tematiche che cercheremo di sviscerare, facendone nella circostanza battaglie culturali e politiche.

     

    Ma da dove cominciare per cambiare la società italiana se non dalla sua classe dirigente, pubblica e privata?

     

     Una società che non investe sul futuro e che non dà fiducia alle nuove generazioni non può dirsi veramente aperta e veramente libera. E’ una società destinata all’atrofizzazione. Una classe dirigente moderna dovrebbe avviare e governare l’atteso cambiamento della società civile e della politica del Paese, presentandosi come struttura “ponte” tra la società, la cosa pubblica e coloro che devono gestirla. Ma, purtroppo, chi si trova oggi in posizione di responsabilità nella direzione generale del Paese sembra non essere in grado di svolgere questa funzione, perché in generale manca di “visione comune” delle cose, di una condivisione forte di obiettivi per il futuro e di capacità di individuazione o di espressione di soggetti capaci di guidare l’innovazione. Insomma di capacità di assumersi il rischio del cambiamento. Una classe dirigente moderna dovrebbe possedere, invece, qualità come “visione strategica”, “senso morale, legalità, etica”, “capacità d’innovazione e creatività”, “capacità di attuare le decisioni” e “credibilità internazionale”.

     

    E’ proprio su queste qualità che Innovatori Europei vuole crescere, attraverso un approccio “bottom up”.

    Dal 2006, Innovatori Europei crede infatti che una società più giusta e meritocratica non possa trascendere dallo sviluppo di libertà quali Mobilità, Competitività, Etica, Talento, ovvero i veri nodi da sciogliere per ridare speranza e futuro a questo nostro Paese, lavorando con la base della Società.

     

     





MA E’ VERA DISOCCUPAZIONE?

1 10 2008

di Daniele Mocchi
I recenti dati Istat sulle tendenze del mercato del lavoro italiano lanciano segnali di una preoccupante crisi occupazionale che nei prossimi mesi potrebbe ulteriormente acuirsi alla luce della piega che sta prendendo l’economia mondiale.
Il tasso di disoccupazione è infatti riaumentato, posizionandosi al 6,7%, e la fase di crescita dell’occupazione sta gradatamente rallentando. A parte il terziario, tutti gli altri settori, a cominciare dall’industria, denotano restringimenti della base occupazionale. I servizi reggono a questo urto, facendo però ricorso in dosi sempre più massicce ai contratti atipici che vengono utilizzati soprattutto per impiegare lavoro femminile.
Tant’è che nel giro di dodici mesi, l’incidenza degli occupati che lavorano oltre le 30 ore è scesa di un punto percentuale (dal 74,6% al 73,5% attuale), riversandosi quasi totalmente nella fascia più bassa, quella che lavora dalle 10 alle 30 ore (dal 18,8% al 19,9%).
In generale le indicazioni che provengono da questi dati sono quelle che si tende a lavorare meno tempo, si lavora con meno sicurezze e diritti, e si trova lavoro soprattutto nei servizi.
Inoltre, a differenza di ciò che comunemente si può pensare, l’incremento della disoccupazione non è figlia soltanto di una espulsione della forza lavoro, ma anche di ex inattivi, soprattutto donne, che hanno deciso finalmente di mettersi attivamente alla ricerca di un’occupazione.
Questo fatto deve indurre a pensare, perché se da un lato è positivo, visto l’auspicio che l’occupazione (ma anche l’occupabilità) femminile aumenti, avendo la capacità di trascinarsi dietro lo sviluppo economico e sociale di un Paese, dall’altro questo nuovo attivismo deve fare riflettere alla luce anche della difficile condizione che vivono oggi le famiglie monoreddito. E’ evidente infatti, che oggi la famiglia ha problemi a sbarcare il lunario quando vi è una sola entrata, per cui anche quelle donne che fino a ieri potevano permettersi di stare fuori dal mondo del lavoro, oggi sono costrette ad entrarvi, anche accettando condizioni meno tutelanti da un punto di vista occupazionale e retributivo, ancora meglio laddove l’unico percettore di reddito è un working poor o un lavoratore atipico.
In genere questi nuovi lavori femminili del terziario sono spesso di basso profilo e abbastanza dequalificanti.
Questo non vuol dire che di punto in bianco sia sparita completamente quella che gli addetti ai lavori chiamano “la zona grigia”, ossia quell’area che sta a cavallo tra l’essere forza lavoro e il non esserlo.
Esiste purtroppo ancora un circa 5% di persone che per un motivo o per l’altro (disponibilità o ricerca) è in questa zona: è quello che viene definito segmento potenziale. E’costituito soprattutto da scoraggiati (sono circa un milione e mezzo ed in aumento del 17% rispetto a 12 mesi fa), donne in particolare, che anche per vincoli oggettivi legati all’ingresso e al contesto familiare, non sono riuscite a trovare in questi anni uno straccio di lavoro che risponda minimamente alle proprie esigenze/studi. Sono convinto che su questi segmenti lo Stato debba mettere in campo azioni di policy, che oltre a favorirne un loro ingresso nel mercato del lavoro e/o a stimolarne le capacità imprenditoriali, mirino ad aumentarne il grado di autostima o la consapevolezza delle loro potenzialità.





Università italiane verso la rivalutazione?

24 07 2008


di Luca Barbieri Viale
L’Università italiana nel suo insieme, dagli studenti ai docenti, ha detto e ripetuto che non intende sottrarsi a un severo processo di valutazione che porti alla valorizzazione del merito. Segnalo il recente appello “Salviamo l’Università! Un appello per la sopravvivenza e il rinnovamento dell’Università italiana attraverso la Valutazione” alla pagina http://universita.selfip.org/La differenziazione dei finanziamenti ministeriali, in base al merito degli atenei, sarebbe il passo decisivo nell’attuazione di quel processo di autonomia e selezione (ridimensionamento dell’offerta didattica, riduzione delle sedi, etc.) che aspettiamo da anni. Inclusa, finalmente, la libertà di differenziare le tasse e gli stipendi. Questo permetterebbe di razionalizzare il nostro sistema e incentiverebbe la competizione tra gli atenei: pochi ma buoni! potrebbe essere lo slogan da adottare …

Se la manovra proposta dall’attuale governo è di tagliare indiscriminatamente si va esattamente nellla direzione opposta. Il decreto Tremonti prospetta di tagliare indiscriminatamente l’organico, riducendo le nuove assunzioni di giovani, e di tagliare indiscriminatamente gli stipendi, anche a chi sta lavorando bene e rappresenta l’eccellenza in ambito internazionale; inoltre, introduce lo strumento della fondazione privata come mezzo per attivare una selezione naturale: chi riesce a finanziarsi sopravvive!

Ma non è affatto sorprendente, se ci pensiamo bene, questa è una naturale conseguenza dei vari precedenti fallimenti in materia (sia del centro-destra che del centro-sinistra) Inoltre, la linea di governo è coerente con il pensiero liberale che rappresenta la maggioranza degli italiani.

Il messaggio che il governo intende dare ? Chi riesce a finanziarsi, ha amicizie che contano, anche se non ha nessun merito, ha il diritto di sopravvivere e chi, anche se bravissimo, in Italia, continuerà ad esser sottovalutato o neanche considerato ? No! Il ministro Maria Stella Gelmini, ha spiegato le cinque grandi missioni del nuovo tavolo di consultazione permanente: garantire la qualità del reclutamento dei docenti, realizzare un sistema efficace e trasparente di valutazione, premiare le Università che ottengono risultati migliori in termini di qualità della ricerca e della didattica, prevedere un fondo per incentivare i docenti meritevoli, incoraggiare l’internazionalizzazione del sistema universitario.

Repetita iuvant! ma son solo parole che anche il precedente governo Prodi ha pronunciato e non mancavano in nessun programma di governo! Che fare ? L’unica risposta che possiamo cercare è in Europa! La dichiarazione di Lisbona, ad esempio: lo Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore fisserà le condizioni e il quadro normativo all’interno del quale anche l’Italia dovrà restare assumendo sempre che intenda rimanere in Europa.





Meritocrazia: le solite dichiarazioni di facciata?

16 06 2008

In questi ultimi giorni, sta tornando centrale nel dibattito politico nazionale il tema della meritocrazia e del talento. Iniziamo innanzitutto col dire che la società italiana ha un serio ed evidente gap da colmare su questo fronte. Premiare la meritocrazia e il talento significa aumentare la mobilità sociale, attualmente al palo, significa aprire le porte a chi per esempio è nato da genitori operai, non condannando il soggetto a fare la stessa sacrificata vita di coloro che lo hanno messo al mondo.

Significa anche maggiore efficienza e parità di diritti tra pubblico e privato.

Onestamente, le prime prese di posizione del Ministro dell’Innovazione Brunetta su questo tema non mi sono dispiaciute. Tuttavia l’esperienza insegna che non bastano le buone intenzioni, sono tantissimi gli ostacoli da superare, oltre ad un modello culturale che non si può pensare di cambiare soltanto a colpi di legge, come dimostrano le diverse riforme succedutesi negli anni precedenti (come ad esempio l’introduzione della licenziabilità dei dipendenti pubblici) che nella realtà sono rimaste inapplicate.

Qualche giorno fa leggendo l’intervista di Brunetta al Corriere sono un pò trasecolato: il senso della dichiarazione che ha fatto circa l’introduzione di un’aspettativa non retribuita per coloro che dal pubblico vorrebbero passare al privato o diventare autonomi, chiudendone il contratto se l’approdo va a buon fine, mi è sembrata più un’idea tesa al dimagrimento della Pubblica Amministrazione che ad una valorizzazione dei talenti che vi lavorano. E’ infatti assolutamente evidente che accetterebbero di lasciare il posto pubblico, coloro che credono veramente nelle loro capacità e si sentono frustrati perché non riescono a valorizzarle, a metterle in atto…Figuriamoci se i fannulloni penserebbero minimamente a mettere su un’impresa o a lavorare in un’azienda privata!
E’ per questo che ritengo che alle mere dichiarazioni debbano seguire atti concreti e corrispondenti e determinazione nelle loro applicazioni.





“MADIA” INTERROGA “GELMINI”

3 06 2008

Aumentare le borse dei dottorandi. Interrogazione a Gelmini .

I dottorandi e i dottori di ricerca sono una risorsa vitale per il paese, rappresentano il futuro della ricerca scientifica, l’innovazione, la competenza”, ma “da otto anni la borsa di dottorato e’ ferma, in Italia, a circa 800 euro.

Una somma insufficiente per le esigenze minime di un giovane ricercatore, soprattutto in una fase di aumento del costo della vita”. Lo sottolinea Maria Anna Madia, deputata del Pd e componente della commissione Lavoro che, su questo tema, ha presentato una interrogazione al ministro dell’Universita’ Mariastella Gelmini, per sapere se il governo intenda mantenere l’impegno assunto con la precedente Finanziaria e disporre il necessario decreto che aumenta gli importi minimi.

“Con la Finanziaria 2008 il Parlamento, per la meritoria iniziativa bipartisan del senatore Valditara, ha votato l’aumento dell’assegno di dottorato a 1000 euro- ricorda, infatti, Madia- Chiedo un preciso impegno del governo a mantenere l’aumento in misura permanente. Si tratta di un primo importante passo per lo sviluppo della societa’ della conoscenza e del suo capitale umano, che va nella direzione del merito e dello sviluppo economico del paese”.

   

 





BORSE DI DOTTORATO E RICERCA

23 05 2008

BORSE DI DOTTORATO E RICERCA

Ecco il contributo che ho lasciato sul blog dell’On. Marianna Madia, all’interno di una discussione incentrata sui temi del Sapere e del Talento generazionale, dal quale è nato un suo interessamento al lavoro dell’ADI (Associazione Dottorati Italiani) riguardante l’aumento (in numero e valore) delle Borse di Studio dei Dottorati italiani.

Spero che questo momento sia l’avvio di un interesse congiunto al tema, più generale e fondamentale, della necessità di avvio di percorsi di “valutazione della ricerca” e dei suoi finanziamenti, a partire dai Dottorati, e della costruzione di solide “partnerships Università-Impresa-Territorio”, che sono, come insegnavano già 10 anni fa a Napoli i Professori Nicolais e Corti, la conditio-sine-qua-non per l’avvio di percorsi virtuosi di crescita per l’economia e le società moderne, e quindi dell’Italia.

Speriamo che altri gruppi e persone, che conoscono l’importanza di tali temi, si uniranno a questo importante lavoro di normalizzazione e modernizzazione del Sapere e della Ricerca, che è, a mio modesto avviso, strettamente connesso al Tema del Merito e del Talento.

Chissà che non si cominci ad innovare davvero nel nostro Paese: io sento che, adesso, ce ne sono le possibilità!

- Ecco il mio commento:

Contento di leggere un altro interessante dibattito su questo Blog.

Lasciami però dire una cosa: ma perchè Tu, Marianna, la Meloni, la Mosca, e i tanti giovani parlamentari preparati di cui il Parlamento inizia, pian piano, a riempirsi, non vi occupate dello scandalo SIMBOLO del nostro Paese, sul tema della ricerca, conoscenza, innovazione..

Parlo della perenne lotta, senza successo (con una brutta figura, a mio avviso, fatta dallo scorso governo Prodi e il suo Ministro Mussi), svolta dalla Associazione Dottorati Italiani, per l’innalzamento della Borsa di Studio,la copertura di tutti i posti di dottorato con Borsa, e altre.

Voi direte, ma questo invece di parlare dell’argomento in maniera complessa, parla della borsa di studio del dottorato:

il fatto è che in quella Borsa di Studio (e nei modi in cui molto spesso essa viene gestita e attribuita dalle Università), e nei contributi per la Ricerca, in genere, a mio avviso risiede TUTTO il complicato e negativo rapporto che il nostro Paese ha con il mondo del “Sapere, Innovazione, Merito, Talento..”

Per questo chiedo: perchè, Marianna, non vi iniziate ad occupare di questo scandalo tutto italiano??

Sono molto d’accordo sull’approccio “Bottom Up e Caotico” alla risoluzione dei problemi come quello generazionale, ma riguardo al vasto problema del SAPERE e del MERITO, io credo esso si possa approcciare solo attraverso la Leva di alcuni Parametri di Rottura di tipo politico: incentivi economici, investimenti privati, long-life learning, etc.

Questa è la mia opinione a riguardo.

Massimo

- Ed ecco la risposta della Madia:

…. Soltanto un’informazione per Massimo Preziuso e l’ADI: uno dei miei primissimi atti di “sindacato ispettivo” sarà chiedere conto al governo del sinora mancato aumento delle borse di dottorato, votato con la finanziaria 2008. Attendo di conoscere gli importi della borsa di maggio per inviare l’interrogazione.





Scintille di innovazione da San Francisco

9 05 2008
Posto con piacere questo articolo di Jane Jacobs, che trovo di un interesse particolare, soprattutto nella parte in cui si parla di Maker Faire, e della necessità di trasportare l’esperienza americana in Italia.

 Buona Lettura. Massimo

Scintille di innovazione da San Francisco

 L’innovazione e l’improvvisazione sono le scintille che provocano la crescita tecnologica ed economica delle citta’. Quando gli uomini si ritrovano a vivere, produrre e consumare in economie cittadine vibranti che si sviluppano in maniera armoniosa, spesso riescono a sviluppare nuove idee che, applicate in particolari situazioni, luoghi e tempi, diventano motori di sviluppo economico.

Questo e’ accaduto nel caso di Taiwan negli anni ’60 e nel caso del Nord Est Italiano negli anni ’70. Questo accade ancora oggi nelle dinamiche economie delle citta’ che si affacciano sull’Oceano Pacifico.

Raramente alcuna crescita economica e stata sviluppata da contributi pubblici rivolti a pioggia al mondo della ricerca. In Unione Sovietica, si sono sviluppate straordinarie competenze nel campo della ricerca nucleare, ma tale ricerca e’ andata a rivolgersi  per lo piu’ alla produzione bellica e non si e’ evoluta da essa.

Spesso le innovazioni sono piccole, quasi insignificanti, esse si ritrovano nel mondo della produzione e con essa continuamente interagiscono senza che vi sia il bisogno di un contributo dallo Stato o di un costoso centro di ricerca finanziato da una grande multinazionale.

Non sto dicendo che tali soldi siano sempre spesi male, ma che l’innovazione e l’improvvisazione colgono il loro apice quando sono in parte dettati da necesssita’ produttive contingenti e portate avanti da persone che sanno applicare idee a pratica.

Come fare ad instillare qualche seme di genialita’ applicata? Come spingere le persone ad interessarsi di tecnologia e a “sporcarsi” almeno un po’ le mani attraverso il processo di innovazione e produzione?

San Francisco e la sua area metropolitana hanno generato scintille di innovazione grazie ai suoi improvvisatori e innovatori. Tali imporvvisatori erano in genere ragazzini che provavano nuovi macchinari nel loro garage o dietro i banchi di scuola. E’ il caso di Steve Jobs e di Steve Wozniak che iniziarono la rivoluzione del PC dal loro garage, e di Sergey Brin e Larry Page che hanno ideato gli algoritmi di Google mentre erano ancora a scuola.

A San Francisco si e’ trovata una risposta alla domanda di nuove inventzioni con una fiera chiamata Maker Faire, dove si pagano $25 per partecipare ad un evento di creativita’ di gruppo dove si gioca con micro-chip e transistors per creare nuovi strumenti elettronici. Alcuni di questi strumenti sono poco piu’ che giocattoli, ma altri potrebbero diventare i telefoni cellulari, i PC o i robot del futuro. Il festival è un raduno di “secchioni”, ma in più ha il gusto del “fai da te”, l’aggiunta di scienziati casalinghi, di pensatori, di artisti e di artigiani. Quest’anno i loro progetti elettronici includono robot sputa-fuoco, computers indossabili, stampanti tridimensionali e torte motorizzate (anche se non mi è ben chiaro cosa siano).

 Tutti sono incoraggiati a sporcarsi le mani costruendo i propri circuiti elettrici, creare nuovi articoli tecnologici e lanciare i loro razzi. Questo è il terzo anno della Maker Faire. Lo scorso anno vi parteciparono più di 40,000 persone e più di 20,000 persone hanno partecipato ad un simile evento in Texas.

L’idea di giocare con la tecnologia in un modo così nuovo può sembrare quasi superflua. Ma questo è il sale dell’innovazione, almeno secondo il parere di Tim O’Reilly, fondatore di O’Reilly Media, una società editoriale che pubblica le riviste Make e Craft. O’Reilly è un guru della tecnologia ed e’ stato l’inventore del termine Web 2.0 che cattura la tendenza di creare maggiore interattività, nello scambio di informazioni e nella collaborazione tra Internauti.

I computers, i chip, i sensori e gli altri componenti elettronici non sono mai stati così a buon mercato. Questo significa che i vari gadgets ad alta tecnologia stanno diventando beni usa e getta. Quindi possono essere smontati e riutilizzati per costruire cose nuove. Una vecchia macchina fotografica digitale, ad esempio, può essere collegata ad un aquilone per fare fotografie dall’alto, oppure, se l’aquilone si collega ad un navigatore satellitare ed ad altri dispositivi, si puo’ creare un aquilone automatico, che voli senza il controllo dell’uomo.

Inoltre, Internet sta aiutando persone di tutto il mondo a scambiarsi informazioni sui loro progetti. Siti web come Instructables.com e wiki-How.com sono diventati popolari luoghi di incontro per i nuovi inventori. Essi si fanno portatori dell’ideologia dell’ “open source”, dove il flusso di idee innovative si scambia gratuitamente. Questo modello iniziò per gli sviluppatori di software, ma si sta rapidamente espandendo in altri campi.

Un tipico progetto della fiera è quello di Addie Wagenknecht. Addie ha progettato un tavolo con speciali sensori che funziona come un computer. Questo nuovo tavolo ha simili caratteristiche al nuovo dispositivo di Microsoft chiamato Surface. Ma mentre il dispositivo di Microsoft costa $10,000, il tavolo elettronico progettato da Wagenknecht si puo’ costruire per soli $500 . Secondo Wagenknecht il suo tavolo ha molte più funzionalità di Surface. Dal momento che sia l’hardware che il software sono in open source, ognuno puo’ effettuare piccole modifiche per svolere nuove funzioni.

Come molte altre cose che stanno accadendo a questa Fiera dell’innovazione, incoraggiano a maggiore innovatività. 

Anche se il Maker Faire e’ un evento piu’ diverente che utile, esso permette di instillare il seme dell’innovazione e dell’improvvisazion, che portano crescita e succeso economico; se l’improvvisazione funziona, il motivo del suo successo non e’ teorico, ma pratico. 

 Credo che una Maker Faire che coinvolgesse giovani e inventori di ogni genere avrebbe un notevole successo anche nelle citta’ Italiane.





L’ostinazione della Banca centrale europea

2 05 2008

Tutti i principali Istituti di ricerca internazionali escono ultimamente rivedendo al ribasso le loro previsioni di crescita dell’economia globale per il 2008, a pochi mesi dalle loro stime.

Il Fondo monetario internazionale ha ritoccato ad aprile le proprie previsioni sul 2008 fatte a gennaio, limandole addirittura di 5 decimi di punto: ad inizio anno, la stima di crescita dell’economia internazionale era fissata al +4,2%, ad aprile è scesa al +3,7% per l’anno in corso.

Guardando alla crescita delle economie avanzate, e alla misura con la quale nel giro di pochi mesi è stata tagliata la stima, ci sembra di poter dire che esiste davvero il rischio di ricadere in una profonda crisi economica. Al momento, l’FMI stima una crescita per gli Usa non superiore allo 0,5-0,6% per il biennio 2008-2009; crescita che tuttavia è ancora tutta da verificare e che, alla luce degli scenari che si stanno profilando, potrebbe subire ulteriori ritocchi all’ingiù nei prossimi mesi. Analogo discorso per l’Area Euro, dove l’Italia sarà il fanalino di coda con una crescita prevista dello 0,3% nei prossimi due anni.

Inoltre, è di qualche giorno fa la notizia che, sempre l’FMI prevede che l’emorragia è ancora in là da terminare, annunciando che le Istituzioni finanziarie internazionali potrebbero riportare ulteriori perdite per 43 miliardi di dollari, pari insomma ad una manovra finanziaria tra le più alte che il nostro Paese abbia mai fatto.

L’inflazione nell’area dell’euro dovrebbe attestarsi nel 2008 al +2,8%, in crescita di 7 decimi di punto sul 2007, ma tuttavia sempre inferiore a quella statunitense.

Qual è il comportamento delle 2 Banche centrali in un quadro del genere? Mentre la Federal Reserve continua nel progressivo abbassamento dei tassi di interesse, al fine di ridare fiato all’economia americana ed evitare di mettere in ginocchio ulteriormente i consumatori più poveri che hanno contratto mutui subprime, la Bce invece si ostina a dichiarare di avere il timore di un’ulteriore infiammata sui prezzi nel medio termine. Infiammata che naturalmente è quasi tutta importata!

Insomma, mentre l’una abbassa drasticamente i tassi pur in presenza di un rischio inflazione ancora più marcato di quello europeo, la Banca di Francoforte, invece, tiene costanti i tassi, poiché la sua bussola è solo l’inflazione, rischiando così di dare il colpo finale ad un’economia in evidente fase di stanca e, in modo particolare ai consumi, viste le sempre più evidenti difficoltà di molti consumatori che in questi anni hanno contratto un mutuo a tasso variabile a saldare la propria rata. Lo stesso Fondo monetario internazionale sembra caldeggiare una virata nella politica montetaria della BCE, sottolineando proprio in questi ultimi giorni come la Banca centrale europea abbia ora spazio per abbassare il livello dei tassi di interesse alla luce del deterioramento dell’outlook economico.

A fronte di ciò mi domando: ma se ne hanno potere come credo, non è davvero il momento che i Governi europei pensino ad una revisione della mission della BCE? Se fossi in Berlusconi, sarebbbe una delle prime azioni che cercherei di avanzare in ambito europeo, considerato – come noto – anche il gravante peso degli oneri passivi sul nostro debito pubblico.





Università e Ricerca in Italia

28 04 2008

L’Italia produce meno laureati in confronto ai nostri diretti competitori, e la produttività scientifica delle nostre università, nonostante alcune straordinarie eccellenze, e’ tra le peggiori in Europa , segno che sia la didattica che la ricerca sono ingolfate e inefficienti.

Periodicamente lo spazio pubblico e’ attraversato dallo scandalo dei concorsi truccati e da promesse da parte della classe politica di nuove iniezioni di fondi per la ricerca e di riforme delle procedure di selezione dei ricercatori.

In questa breve discussione cercherò di mostrare come sia possibile offrire nuove opportunità di sviluppo ai ricercatori italiani, ridurre la fuga dei cervelli all’estero e migliorare l’attrattivita’ scientifica del nostro paese senza alcun aggravio ulteriore per il bilancio dello stato, semplicemente modificando i criteri di allocazione delle risorse e usando strumenti gia’ operativi nel nostro paese.

continua…