Nanismo di impresa: una criticità strutturale da risolvere

27 02 2008
Il dibattito sulla capacità di crescita competitiva di ciascun sistema territoriale ad industrializzazione diffusa non può che essere strettamente vincolato con l’evoluzione del suo tessuto imprenditoriale. Come è noto, il modello ancora predominante nel Paese continua a reggersi sulla piccola impresa e su specializzazioni settoriali che se fino alla fine degli Anni Ottanta hanno fatto la fortuna della nostra economia, grazie soprattutto alla loro adattabilità e flessibilità agli andamenti del mercato, oggi purtroppo faticano di fronte ai mutamenti strutturali intervenuti negli ultimi venti anni. L’integrazione dei paesi in via di sviluppo nell’economia mondiale e la rivoluzione tecnologica nel campo dell’informatica e delle comunicazioni hanno eroso la posizione competitiva di queste imprese di più ridotta dimensione, troppo piccole per sfruttare pienamente le opportunità del processo di globalizzazione e troppo carenti dal punto di vista delle risorse umane per trarre beneficio dalle nuove tecnologie. Parimenti, il continuare a perseverare su settori e comparti tendenzialmente a crescita media o lenta della domanda mondiale, con basse economie di scala e relativamente basso impiego di manodopera ad alto grado di istruzione e alte qualifiche, ha esposto le nostre imprese ad una situazione difficilmente difendibile di fronte all’impetuoso imperversare dei grandi Paesi in via di sviluppo.
Aziende sempre più piccole, sottocapitalizzate, con bassa remuneratività, scarsa produttività dei fattori, e difficoltà a crescere, è dunque la malattia principale del sistema imprenditoriale del nostro Paese. Secondo molti studi, piccola dimensione è sinonimo oggi di minore produttività per addetto, minore retribuzione per addetto e, conseguentemente minore attrattività per lavoratori con elevati gradi di istruzione e qualifiche, minori investimenti fissi per addetto, minori investimenti in formazione del proprio “capitale umano”, minori spese in ricerca e qualità, minori investimenti in rete distributiva e assistenza al cliente, minore capacità di affermare e coltivare marchi noti sul mercato, maggior dipendenza da canali indiretti per l’esportazione (e relativo minor “potere di mercato” quando i mercati si fanno fragili e/o fortemente competitivi), minor numero di mercati esteri serviti, minor polmone di risorse umane e organizzative per intraprendere investimenti diretti all’estero quando le opportunità di mercato lo esigerebbero.
Dati positivi contingenti come quelli sulle esportazioni non possono essere la “coperta di lino” di un quadro che comunque va consolidato.
Nell’occasione crediamo che, qualunque sarà il colore del prossimo Governo, non si possa esulare dal mettere in campo queste minime azioni di policy, persuandendo, ove fosse necessario, il mondo imprenditoriale nel:
  1. favorire i processi di “rete” delle aziende
  2. promuovere azioni di private equity
  3. stimolare processi di ricerca e innovazione, di upgrading tecnologico e qualitativo
  4. favorire la creazione di un sistema di servizi ad alto valore aggiunto
  5. apertura strategica dell’impresa al capitale e alle risorse esterne
Due condizioni imprescindibili per mettere in campo queste azioni di sistema sono quindi, da un lato, una grande trasformazione culturale, l’adozione di nuove visioni, di nuovi modi di pensare l’economia e i mercati, insomma una nuova cultura del fare l’imprenditore e l’impresa. Sono orientamenti che vanno consolidati anche attraverso azioni “educative”. Dall’altro, una maggiore sforzo a migliorare la loro trasparenza contabile: se nelle pieghe dei bilanci continuano a restare delle difformità tra contabilità formale e contabilità sostanziale, certamente questo non aiuta né ad aggregazioni formali e sostanziali, né tantopiù all’utilizzo di veicoli sostitutivi di finanziamento del tradizionale credito bancario, come venture capital e più in generale del private equity, soprattutto oggi alla luce dell’entrata in vigore della normativa di Basilea 2 sull’accesso al credito.

Deve essere chiaro che l’intento non è di ripristinare il modello della grande impresa, per altro oggi per certi versi in difficoltà, ma quello di favorire la sistematizzazione a rete e la formazione di più imprese di taglia media; dimensione che viene valutata ormai come quella più idonea a competere internazionalmente in quest’epoca di globalizzazione, racchiudendo in sè sia le caratteristiche positive della piccola struttura (flessibilità organizzativa e rapida adattabilità agli scenari di mercato) che della grande organizzazione aziendale (capacità di aggredire mercati lontani, produrre innovazione, disporre di cervelli più fini, etc).

di Daniele Mocchi





Il Partito Democratico e il confronto tra le differenze di genere e intergenerazionali

25 02 2008

Le dimensioni dell’erranza, delle diversità, dei generi e delle generazioni interagiscono a vicenda, complementandosi. Le generazioni nelle epoche, nel corso della storia remota o recente, riguardano tutti, per i risvolti interrelazionali che stampano in noi solchi, tacche, tappe del tempo di appartenenze o differenze, che comunque segnalano la comunicazione e l’interazione tra più persone. Le generazioni delle donne apportatrici di cambiamento nel ’68, rappresentano quella fascia femminile che ha cominciato a pensare su di sé, a praticare un lavoro di riflessione sul proprio sé, cambiando così i destini tradizionali delle donne. Le relazioni tra generazioni che rivelano spesso punti oscuri e nevralgici di pregiudizio, in questo peculiare momento epocale, di passaggio e transizione generazionale sono inedite e memorabili. I cambiamenti apportati dalle “state giovani” del ’68 hanno generato differenti relazioni intergenerazionali. Per esempio non esistono passaggi di modelli. Le “ereditiere”, le giovani generazioni femminili, non hanno accettato la “consegna”, in vissuti di mancato riconoscimento e disdetta dell’eredità dove non esiste trasmissione, accettazione, integrazione e consegna di eredità. Non si effettuano passaggi di modelli tra uomini, si verifica assenza di conflitto intergenerazionale, senza imbarazzi e pesantezze perché il pregiudizio entra in questi vissuti, nella difficoltà di comunicazione, sorta dalla crisi di un modello tradizionalista di patriarcato, dalla nascita dei nuovi padri. Dalla crisi del modello assolutista del maschio, gli uomini hanno compreso la possibilità di crearsi spazi per ripensarsi come genere, portatori di un’acquisita eredità femminile postsessantottina, come ambito e spazio per riflettere e che il maschio, l’uomo forte per obbligo e non per scelta del passato non poteva legittimare.

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Innovazione solo da Ricerca?

22 02 2008

Nel dibattito politico economico di questi anni recenti è ricorrente il tema della competitività delle imprese e del suo stretto legame con l’innovazione e quindi implicitamente con il livello di attività di R&S di un Paese.

La domanda che ci poniamo oggi è questa:

Ma siamo proprio sicuri che l’innovazione nasca solo dalla ricerca? Che sia direttamente proporzionale ad essa?

Prendendo per buono che gli effetti di trasmissione funzionino efficacemente, che ci sia un fluido legame tra Poli universitari - Sistema delle imprese - Pubblica amministrazione, cosa purtroppo non vera nella realtà, proviamo a rispondere alla domanda iniziale prendendo a riferimento una recente indagine del Censis condotta sulle imprese artigiane.

Secondo i risultati di tale indagine la risposta sarebbe no. Varrebbe, al contrario, l’assioma per cui “non tutti gli investimenti in ricerca e sviluppo generano innovazione, così come al contempo l’innovazione non nasce solo dalla ricerca“.

Questa tesi diventa lampante tra quelle piccole imprese famigliari, tipiche del nostro sistema competitivo, le quali pur non disponendo di grosse risorse economiche, riescono (alcune di esse) con la genialità che è loro propria, a fare comunque ampio ricorso all’innovazione. Ad una tipologia di innovazione per lo più incrementale, fatta di attività non codificate, frutto più del saper fare, del lavoro e dell’ingegno quotidiano e solo in parte di una specifica attività di ricerca.

L’artigiano tende a concentrare soprattutto la sua attenzione verso il miglioramento del proprio prodotto, del servizio che offre, sulle modalità e gli strumenti della produzione, ma anche sulla riduzione dell’incidenza del sistema costi, come dimostra il fatto che il 55% delle imprese analizzate nella ricerca hanno innovato il sistema delle telecomunicazioni aziendali, sostituendo alla tradizionale linea telefonica il Voip (Voice Over IP), una tecnologia - come noto - resa disponibile solo in tempi molto recenti.

Ciò significa che i dati nazionali e internazionali sulle attività di R&S non tratteggiano completamente lo scenario competitivo di un Paese, non riuscendo appunto a cogliere l’esistenza di questi processi di sviluppo, che sono impliciti in diverse imprese italiane di piccole dimensioni, specie quelle operanti nei settori tradizionali del made in Italy, le quali, pur nelle difficoltà contingenti di questi ultimi tempi continuano ad essere uno dei motori del sistema Italia.

di Daniele Mocchi





Nasce il FORUM SAPERE E INNOVAZIONE di Innovatori Europei

22 02 2008

icon.jpgCominciamo a strutturare le attività del Gruppo, che verrà coordinato da:

Luigi Restaino, Daniele Mocchi, David Ragazzoni.

Scriveteci a sapere@innovatorieuropei.com