Sono Online le 10 domande di IE al Partito Democratico
31 03 2008Commenti : Non ci sono Commenti »
Tag: 10 domande al Partito Democratico, Rivista IE, Think Tank
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Oggi più che mai le politiche di welfare, a qualsiasi livello istituzionale, sono attente più che in passato alle componenti deboli, come i giovani, e appunto le donne, prevedendo una serie di provvedimenti di stimolo alle capacità imprenditoriali, di riduzione delle barriere all’entrata al lavoro autonomo, di sostegno dei diritti d’eguaglianza e di responsabilizzazione femminile, nella consapevolezza che soltanto un modello sociale efficace può frenare il declino demografico, l’invecchiamento della popolazione, e creare ricadute positive per lo sviluppo economico futuro del territorio.
Certo, le disparità di genere ancora persistono, nonostante la crescita dei livelli di istruzione femminile, che in taluni segmenti della popolazione, hanno superato addirittura quelli maschili. Permangono ancora elevate difficoltà nella conciliazione tra tempi di lavoro e organizzaione familiare, malgrado strumenti legislativi più accoglienti di un tempo.
Ma rispetto agli anni addietro comunque qualche passo in avanti è stato fatto, vi è una maggiore consapevolezza che le donne, oggi, rappresentano la chiave di sviluppo del nostro Paese, che esse saranno le protagoniste essenziali del cambiamento.
Giovanni Stringa - Il Corriere della Sera - 18 Marzo
Se la meritocrazia continua a non sfondare, c’è tuttavia qualcosa che si muove nell’approccio degli italiani. All’insegna del mercato. Sì, proprio il mercato. E proprio nel Paese delle raccomandazioni, dei figli che succedono ai padri che sono succeduti ai nonni, e delle regole che, più che fare chiarezza, spesso buttano fumo negli occhi e frenano l’iniziativa privata. Per 63 italiani su 100, così ha rilevato l’indagine Luiss, «servirebbe aprire una stagione che privilegia il libero mercato e quindi anche il merito e la mobilità delle persone, che ne rappresentano la logica conseguenza».
Ma la posizione «liberomercatista» non si ferma qui. Una percentuale ancora più alta, il 72%, dice sostanzialmente che «l’Italia è un Paese da “slegare” da troppi vincoli burocratici che ne limitano un’efficace azione di governo». «Meno lacci e lacciuoli», insomma. Forse perché è proprio dove il mercato è più dinamico che il merito, come sottolinea il rapporto, ha più chance. Secondo gli italiani sono infatti le imprese, dalle piccole alle grandi, quelle che privilegiano di più il merito. In altre parole, chi vuole andare avanti solo con le proprie gambe ha più probabilità di crescita e di carriera nel mondo delle aziende. Molte di più di quanto succeda, invece, nella pubblica amministrazione, nella politica e nelle associazioni sindacali, che nel sondaggio si trovano in fondo alla lista dei settori meritocratici.
Tra l’altro, è proprio sul settore pubblico che si concentrano alcune delle proposte suggerite per dare più spazio alle capacità e meno alle raccomandazioni. Secondo la stragrande maggioranza degli italiani interpellati è necessario «premiare il merito nei concorsi pubblici (professioni e pubblica amministrazione) affidandoli a valutatori terzi per garantire trasparenza», e «licenziare» i funzionari statali «condannati in via definitiva, penalmente e amministrativamente».
Ne è convinto più del 90% del campione del sondaggio. Per realizzare l’indagine del Rapporto Luiss sono state raccolte le risposte di più di 2 mila famiglie, fra tutta la popolazione italiana, e sono state messe a punto 500 interviste circa per il campione della classe dirigente.
Ma, al di là del capitolo sul settore pubblico, nel privato è ancora una volta il mercato a essere più volte citato tra le proposte che raccolgono maggiori consensi. Per arrivare a una classe dirigente meno «figlia di papà» e più «self made», 75 italiani su cento chiedono più liberalizzazioni e più concorrenza, e 87 su cento auspicano meno tasse per le imprese virtuose (bilanci a posto, sistemi avanzati di sicurezza e qualità del lavoro, rispetto dell’ambiente). Non manca naturalmente, però, la questione dell’evasione: per l’85% un inasprimento dei controlli fiscali, evitando la concorrenza sleale tra imprese, è una condizione importante per favorire il merito «nell’interesse di tutto il Paese».
Non poteva poi mancare la politica. E qui, per la «casta», arrivano i «paletti»: 73 italiani su cento chiedono di «limitare a un massimo di due mandati l’eleggibilità dei politici (a tutti i livelli) per favorire il ricambio ». Un ricambio necessario, e non solo nella politica, se è vero che solo un italiano su quattro (27%) pensa che la classe dirigente del Paese sia responsabile, solo uno su tre (31,8%) la riconosce competente e addirittura poco più di uno su cinque (21,1%) la definisce innovativa. La situazione resta critica anche quando in gioco entrano i giovani e le loro prospettive: il 63,7% pensa di avere in futuro un lavoro e una posizione sociale inferiore a quella dei propri genitori.
Ma ci sono anche spiragli e situazioni positive. Il rapporto, infatti, parla di una «nuova classe dirigente » che sta formandosi in alcuni ambiti, anche se ristretti. Come associazioni sociali di volontariato e del terzo settore, o medie aziende vitali e attente allo sviluppo del territorio e del sociale. Sono questi i due «vivai » più promettenti secondo gli italiani. Mentre solo percentuali ridottissime, sotto il 5%, pensano che il ricambio possa arrivare dal mondo delle banche, dei sindacati, degli ordini professionali e delle scuole di formazione politica.
Quali sono le conclusioni del rapporto, preparato con la regia scientifica del rettore della Luiss Massimo Egidi e del direttore generale Pier Luigi Celli? L’idea di fondo del lavoro, su cui hanno lavorato Nadio Delai (Ermeneia), Carlo Carboni (Università Politecnica delle Marche), Massimo Bergami (Università di Bologna) e Raffaele De Mucci (Luiss), è quella di lanciare un «piano straordinario» che insista sul merito e sul ricambio. Non tanto, però, un piano che aggiunga regole su regole, burocrazia e confusione. Ma un progetto che abbia l’obiettivo di «slegare» il sistema nel suo complesso.

Nasce la Rivista Mensile di “Innovatori Europei” ed ecco la NUMERO UNO
Sono passati due anni dalla nascita di questo progetto, che inizia dall’impegno politico di un gruppo di amici a Roma per poi crescere in tutta Italia ed in Europa e diventare, piano piano, un Movimento presente in 40 territori ed un giovane Think Tank .
Dopo questi due anni passati attraverso un processo di “distruzione creativa”, infatti, Innovatori Europei ora vuole dedicarsi principalmente a diventare un innovativo e giovane Think Tank, specializzato sui temi del Sapere e Innovazione, Energia ed Ambiente, Politiche Europee ed Euro-Mediterranee.
Questa rivista, che verrà distribuita in maniera gratuita, in un primo momento in formato digitale, rappresenta il primo passo verso la sistematizzazione della nostra Knowledge Base, e speriamo sia da stimolo per il miglioramento dei nostri lavori.
Il mio augurio è che Innovatori Europei cresca, diventando un punto di incontro in cui discutere, insieme, su quei temi nuovi, che da sempre mi/ci appassionano, e che spero pian piano appassioneranno i cittadini europei del nuovo millennio.
Vi aspettiamo in tanti, per collaborare alla rivista, ai Centri di Competenza, o alla crescita di Innovatori Europei a livello territoriale.
Grazie a tutti quelli che hanno creduto e credono a questo progetto nuovo, e a quelli che ci crederanno.
Londra, Martedì 18 Marzo, 2008 - Massimo Preziuso
Tratto da Fondazione Edison - Accademia dei Lincei: I dieci trend che cambieranno la geo-economia del mondo
Proiezioni dei maggiori istituti mondiali raccolte dalla Fondazione Edison nello studio “Dove va il mondo?
Popolazione, economia, cibo, energia e materie prime”
• POPOLAZIONE – Nel 2030, secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, la popolazione di Cina e India (quasi 3 miliardi di persone) sarà 2,7 volte superiore a quella di Europa, Russia e Nord America (1,1 miliardi).
• PIL – Nel 2039, secondo le proiezioni della Goldman Sachs, il PIL a prezzi correnti dei cosiddetti BRICs (Brasile, Russia, India e Cina) supererà quello complessivo dei Paesi del G-6 (USA, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia e Italia). Nel 2041 il PIL della Cina a prezzi correnti supererà quello USA. Ma già nel 2015, secondo le proiezioni dell’economista Angus Maddison per l’OCSE, il PIL a parità di potere di acquisto della Cina supererà quello degli Stati Uniti.
• ENERGIA E CO2 - Secondo le proiezioni dell’International Energy Agency, la Cina diventerà presto il principale consumatore mondiale di energia, superando gli Stati Uniti poco dopo il 2010. Nel 2015 il consumo di energia primaria della Cina sarà già di 2,9 miliardi di tonnellate equivalenti di petrolio (tep) contro i 2,6 miliardi degli USA e gli 1,9 miliardi della UE-27. Nello stesso anno le emissioni totali di CO2 della Cina saranno pari a 8,6 miliardi di tonnellate, contro i 6,4 miliardi degli USA e i 4 miliardi della UE-27.
• CONSUMO DI RAME – La Cina, secondo l’International Copper Study Group, ha superato gli Stati Uniti a livello mondiale nel consumo di rame nel 2002 ed ha superato la UE-27 nel 2005. Nel periodo gennaio-ottobre 2007 il consumo cinese di rame è già stato pari all’83% di quello complessivo di Stati Uniti e UE-27.
• SALDO COMMERCIALE NELL’ELETTRONICA/TLC – Secondo l’OCSE, dal 2004 la Cina è diventata il principale esportatore mondiale di prodotti dell’Information and Communication Technology. Nei prossimi anni rafforzerà sempre più questa posizione anche con propri marchi ed esportazioni dirette di proprie aziende.
• CONSUMO DI CARNE - Già oggi la Cina è il primo consumatore mondiale di carne (bovina+suina+pollo). Negli ultimi 20 anni i consumi pro capite di carne della Cina sono più che raddoppiati. Nel 2013, secondo le proiezioni del Food And Policy Research Institute (FAPRI), i consumi cinesi di carne supereranno quelli complessivi di Stati Uniti ed Unione Europea considerati assieme, toccando i 75 milioni di tonnellate.
• IMPORTAZIONI DI SOIA (IL “PETROLIO VERDE”) - A causa della crescente domanda mangimistica proveniente dai propri allevamenti e dalla domanda interna di carni, le importazioni di semi di soia della Cina sono state già pari nel 2007 a circa il 15% della produzione mondiale di soia. Nel 2017, secondo il FAPRI le importazioni cinesi di semi di soia toccheranno i 52 milioni di tonnellate, una somma pari all’86% della futura produzione di soia del terzo produttore mondiale, l’Argentina (il primo e secondo produttore mondiale, sono rispettivamente, USA e Brasile). In pratica, nel 2017 un quantitativo equivalente a quasi tutta la produzione di soia del terzo produttore mondiale sarà dunque destinata a soddisfare esclusiavmente la sola domanda della Cina.
SURPLUS COMMERCIALE – Secondo “The Economist” nei dodici mesi intercorsi tra febbraio 2007 e gennaio 2008 il surplus commerciale con l’estero della Cina è stato di 265,2 miliardi di dollari. Ha superato quindi l’attivo commerciale della Germania, pari a 257,8 miliardi di dollari nel periodo gennaio-dicembre 2007. Nello stesso tempo il deficit commerciale con l’estero degli Stati Uniti è stato nel 2007 di 815,6 miliardi di dollari, appesantito in particolare dai deficit bilaterali con la Cina stessa, il Giappone e i Paesi petroliferi.
RISERVE VALUTARIE – Secondo “The Economist”, le riserve valutarie della Cina hanno raggiunto a fine dicembre 2007 i 1.530 miliardi di dollari e sono ormai di gran lunga le più elevate del mondo. Ciò nonostante, il cambio della moneta cinese resta ancorato artificiosamente al dollaro ed è sempre più debole, rendendo così “iper-competitive” le merci cinesi, specie rispetto a quelle europee. Negli ultimi 4 mesi il tasso di cambio tra la valuta europea e quella cinese è oscillato tra 10,4 e 10,9 renmimbi per euro toccando nuovi massimi storici.
DEBITO PUBBLICO USA IN MANI ASIATICHE – A fine 2007, secondo il Tesoro USA, il 44,5% del debito pubblico americano collocato sul mercato (“debt held by the public”, cioè escluso il debito finanziato direttamente dai fondi pensionistici, agenzie, ecc.) risultava sottoscritto da investitori stranieri. In particolare, il valore dei titoli a lungo termine del Tesoro degli Stati Uniti detenuto dai soli 6 maggiori Paesi asiatici (Cina, Giappone, Hong Kong, Corea del Sud, Taiwan e Singapore) ha raggiunto i 1.197 miliardi di dollari, pari al 61% delle obbligazioni di questo tipo detenute da investitori stranieri e a circa ¼ del debito pubblico complessivo americano collocato sul mercato.
continua su http://www.edison.it/edison/site/it/pressroom/releases/index.html?uri=/it/press/general/n11marzo2008.html
L’altro ieri, con un po’ di ritardo, ho visto su internet l’ultima puntata di Anno Zero in cui il commercialista di Berlusconi (alias, Giulio Tremonti), ci illuminava sui pericoli presenti e futuri della globalizzazione.
Suoi interlocutori erano Fausto Bertinotti, Antonio Boccuzzi (l’operaio sopravvissuto all’incidente della Thyssen e ora candidato per il PD, che bravo!) e Matteo Colaninno.
Caro Pierluigi,
il tuo commento coglie alcuni punti molto importanti a mio avviso.
La retorica recente, dopo numerosi decenni di scontro tende ad indentificare il datore di lavoro (il proprietario dei mezzi di produzione) e il lavoratore dipendente, il prestatore d’opera, sotto lo stesso ventaglio di bisogni e ambizioni, trascurando le disuguaglianze economiche sempre piu’ macroscopiche che si traducono inevitabilmente in disuguaglianze di opportunita’ e liberta’.
Inutile negarlo, questa contrapposizione tra datori di lavoro e lavoratori dipendenti esiste ancora nei fatti e nalla struttura della societa’ ma assume forme piu’ sfumate e meno individuabili. Il sociologo Bauman parla di indentita’ liquide per riferirsi alla molteplicita’ di ruoli sociali che assumiamo, via via, nel corso della nostra vita. Le biografie individuali sono sempre piu’ traiettorie non lineari e l’idea della mobilita’ sociale e’ una metafora potente della societa’. L’ambizione di “cambiare vita” e’ un ideale che istruisce il pensiero collettivo.
Forse per questo molti operai preferisicono immedesimarsi nei piccoli padroncini piuttosto che immaginarsi cristallizzati in una lotta di classe dove la possibilita’ di migliorare la propria vita e saltare dall’altra parte della barricata e’ “naturalmente” castrata.
L’atteggiamento difensivo proposto dalla sinistra in passato non e’ piu’ credibile, perche’ la storia lo ha condannato, ma anche perche’ propone una metafora sociale cristallizzata, che non prevede la mobilita’ sociale come processo naturale, organico al mantenimento della convivenza, ma solo come rottura (una volta si sarebbe detto rivoluzione).
Non che oggi non esistano tensioni regressive e difensive. Tutt’altro. I recente interventi di Tremonti tendono ad intercettare le paure della piccola borghesia, degli artigiani, dei titolari di piccole aziende, sempre piu’ esposti ad una competizione internazionale serrata.
Ma la nuova retorica, sebbene furbescamente parziale come ogni retorica, origina da un principio generale del pensiero liberista la cui validita’ non puo’ essere contestata e che e’ ormai un dato assodato in strati trasversali della societa’: non esiste ridistribuzione senza crescita e senza sviluppo. In questo senso datori di lavoro e lavoratori sono effettivamente “sulla stessa barca”.
Le comunanze di interessi forse finiscono qui, ma non e’ poco. Quello che scrivi e’ giustissimo. La psicologia del lavoro ha prodotto numerossisime conferme di quello che dici. Non e’ necessario menzionare il mobbing per rendersi conto che la posizione di subalternita’ del lavoratore dipendente ha effetti reali, non e’ un trucco beffardo della sinistra. Mi permetto di aggiungere che la scarsa autonomia decisionale, un disequilibrio tra le richieste dell’attivita’ lavorativa e gli elementi remunerativi, e l’insicurezza del posto di lavoro durante le riorganizzazioni aziendali sono ormai riconosciuti come fattori di rischio cardiovascolare e promotori di disturbi psichici.
Ma i conflitti non finiscono qui. Il rapporto tra capitalismo e democrazia e’ complicato e se e’ vero che lo sviluppo e’ condizione necessaria alla ridistribuzione, non ne e’ condizione sufficiente. La democrazia, perche’ sia sostanziale e non solamente procedurale, richiede che le opportunita’ di sviluppo, crescita, arricchimento e felicita’ siano equamente distribuite tra gli individui. La democrazia richiede almeno condizioni di eguaglianza ex ante, alla nascita, perche’ la mobilita’ sociale sia effettiva e non solo sbandierata. Il capitalismo inevitalmente genera disuguaglianze che si riflettono nelle generazioni successive. Solo lo Stato puo’, attraverso la tassazione e i meccanismi di ridistribuzione, sanare le distrsioni generate dal capitalismo.
In questo ruolo di moderatore del capitalismo, delle sue spinte polarizzatrici, la sinistra ha ancora molto da dire e si gioca il futuro.
Forse, nella storia della filosofia, la lezione di Cartesio non gode più l’accoglienza che meriterebbe.
Il suo “Cogito ergo sum”, per eccesso di enfasi, ha forse oscurato la parte più efficace del suo pensiero, quella dedicata essenzialmente al metodo delle “idee chiare e distinte”.
Ebbene, proprio dal punto di vista concettuale, questa equazione non esiste. Quando si dice lavoro non sarebbe corretto intendere la stessa categoria di attività e tanto meno una comunione di interessi, né economici né culturali. Il dipendente e l’imprenditore non esercitano lo stesso lavoro anche se si sottopongono entrambi alla fatica. E’ diverso il loro tasso di emotività, è diverso il loro modo di guardare il mondo, spesso conflittuali le loro aspettative.
Il che produce indici di gradimento fatalmente differenti rispetto ai risultati della loro fatica e della psicologia con cui la si affronta. L’emotività, immedesimata necessariamente nell’ imprenditore, genera spesso gratificazione, talvolta angoscia, mentre nel lavoratore dipendente, salvo capacità di scelte culturali personali, di tipo compensativo, produce, nella maggioranza dei casi, progressiva alienazione.
Chiamarli entrambi lavoratori è profondamente improprio, salvo che lo stesso modulo di definizione lo si voglia adottare per la massaia o per il lavoratore autonomo, per l’artista come per l’atleta, cioè per tutti coloro che si sottopongono per necessità a una fatica quotidiana.
E’ semmai la fatica, infatti, l’unico termine unificante, per tutti costoro, ognuno dei quali può individualmente essere dotato di un personale atteggiamento di giudizio per le cose del mondo ma che, se autentico, si traduce in una visione politica complessiva e avulsa dai propri destini personali.
Semmai, la specificità del rapporto fra dipendente e impresa, dovrebbe indurre ad una rivisitazione del principio sancito nella Costituzione all’art. 46 che, non per caso, è la vittima più vistosa delle tante amnesie politiche e sindacali della storia dei trascorsi sessanta anni della nostra repubblica.
di Pierluigi Sorti
Titolava così un articolo di Repubblica on line di qualche tempo fa.
Guardiamo ai dati strutturali per capire perché ormai sta scomparendo quello che una volta veniva considerato il ceto medio. Sul perché certe categorie professionali, soprattutto quelle dipendenti private, abbiano retribuzioni non più adeguate al passo con i tempi la mia idea è che dipenda prevalentemente dai seguenti fattori:
1_ Struttura produttiva. Il piccolo certamente non favorisce. E’ assodato che mediamente le retribuzioni più alte e la possibilità di carriera si insinuino maggiormente nelle medio-grandi aziende, grazie allo sfruttamento di maggiori economie di scala che consentono di “sopportare” meglio gli altri costi di produzione (energetici soprattutto). E’ ovvio che un sistema molecolare come il nostro non riesce, soprattutto ai tempi d’oggi, ad essere competitivo da un punto di vista remunerativo rispetto per es a quello di altri Stati europei (in primis Germania, dove la presenza di medio-grandi imprese è più diffusa), proprio perché a fronte di costi energetici ingenti la prima cosa che fa è quella di provvedere immediatamente ad un taglio della crescita dei costi del personale, con tutto ciò che ne consegue in termini di produttività e di stimolo all’efficienza delle risorse umane interno. Questo a mio avviso è uno dei VERI NODI DELL’ECONOMIA
ITALIANA! Insomma, i distretti oggi non bastano più!
2_ Una mancata attuazione della contrattazione decentrata di secondo livello nelle piccole imprese, legata alla produttività effettivo, proprio perché forse sindacalmente è più difficile da far passare rispetto al contesto della grande impresa
3_ L’inefficace controllo degli effetti del changeover è stato certamente un elemento che ha favorito la ripresa inflazionistica incontrollata su beni di prima necessità. Sembrerà strano, ma comunque anche in questa occasione in generale i consumi in questi anni non sono comunque arretrati, anzi su certi segmenti sono pure aumentati, vuoi anche per un ricorso sempre più massiccio a strumenti, come il credito al consumo.
Il problema è stata comunque la mancata redistribuzione della ricchezza, non l’ammontare complessivo della ricchezza che in sé per sé è aumentato, anche se a tassi dello zero virgola qualcosa. Chi ha potuto godere di rendite di posizione, monopolistiche etc, ha potuto agire quasi indisturbato sulla propria leva dei prezzi e quindi dei margini!. Tutti gli altri invece hanno sofferto.
di Daniele Mocchi
LA METODOLOGIA AUTOBIOGRAFICA
Le relazioni d’ascolto nel racconto e la trasmissione di cultura e sapere
Il sapere passa per le narrazioni di tutti, per il racconto di sè, il raccontarsi e il raccontare, in raccolte di eventi piccoli e grandi, nel riproporre il proprio sentire e sapere, in una coralità di storie di vita e di formazione che ci differiscono, ma contemporaneamente ci accomunano, tutti, uomini e donne, adulti, anziani e bambini in un coro di voci e di trame esistenziali che percorrono il lungo corso della Storia…
L’esperienza di narrazione di sé si rivela nella rivisitazione della personale vicenda di vita, per cui il soggetto autonarrantesi recupera in senso autobiografico la memoria su di sé e plurime memorie esistenziali che riattivano un metaforico viaggio nel passato da non intendersi come ripiegamento nostalgico e solipsistico inerente i tempi mitici delle oasi oniriche infantili. Le rivisitazioni autobiografiche, al contrario, riattualizzano il passato e lo rendono un bagaglio di ricordi attivi utilizzabili per agire meglio il presente ed il futuro, infatti durante il racconto il presente è interpretato e compreso dal ricercatore biografo alla luce delle tracce e delle trame dei ricordi passati. Le tracce e le trame intessute del racconto autobiografico sono frammenti di desideri, emozioni, esitazioni, parti esaltanti o squallide dell’esistenza, che aprono lo sguardo delle volute librantesi nel corso della narrazione alla riscoperta della progettualità futura.
Il disvelamento della narrazione nel sapere autobiografico
L’apertura conoscitiva e trasformativa lenta e impercettibile è implicata nel gioco narrativo che ingenera potenzialità di rappresentazione, comprensione e risignificazione di eventi, contesti e relazioni all’interno dell’interazione dialogica tra ascoltatore/ricercatore e narratore/soggetto che condivide tempi e spazi dell’ascolto collaborativo, quale risorsa apprenditiva, nell’ambito della quale si realizza la possibilità per il soggetto di intrattenersi con se stesso, di ascoltare il mondo interiore, di raccontarsi nelle apicalità dell’incontro dialogico. Il soggetto di una storia di vita riscrivibile e reinterpretabile a partire dagli eventi, dagli incontri e dagli episodi della personale esistenza, nel racconto può accingersi al recupero, al ritrovamento di tratti, tracce, trame, segmenti salienti, continua apicali, momenti cruciali e di svolta della storia di vita narrata, individuando le figure significative, la ricomposizione e l’identificazione di momenti, incontri nella molteplicità di biografie che abitano interiormente ogni soggetto narrante, in molteplici interconnessioni. Gli intrecci delle biografie affettive, cognitive, professionali e desideriali, con l’esperienza del racconto e dell’ascolto producono conoscenza ed effetti trasformativi che suppliscono al problema dell’attribuzione di senso e significato alla trama narrativa, nel problema del senso di una vita sotto il tessuto del discorso biografico e con esso la ricerca di significatività nel passato, il nesso tra la continuità e la discontinuità delle biografie interne che hanno conosciuto momenti di vitalità, pause e arresti.
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