Il presidente-operaio e la democrazia

10 03 2008

Caro Pierluigi,

il tuo commento coglie alcuni punti molto importanti a mio avviso.

La retorica recente, dopo numerosi decenni di scontro tende ad indentificare il datore di lavoro (il proprietario dei mezzi di produzione) e il lavoratore dipendente, il prestatore d’opera, sotto lo stesso ventaglio di bisogni e ambizioni, trascurando le disuguaglianze economiche sempre piu’ macroscopiche che si traducono inevitabilmente in disuguaglianze di opportunita’ e liberta’.

Inutile negarlo, questa contrapposizione tra datori di lavoro e lavoratori dipendenti esiste ancora nei fatti e nalla struttura della societa’ ma assume forme piu’ sfumate e meno individuabili. Il sociologo Bauman parla di indentita’ liquide per riferirsi alla molteplicita’ di ruoli sociali che assumiamo, via via, nel corso della nostra vita. Le biografie individuali sono sempre piu’ traiettorie non lineari e l’idea della mobilita’ sociale e’ una metafora potente della societa’. L’ambizione di “cambiare vita” e’ un ideale che istruisce il pensiero collettivo.

Forse per questo molti operai preferisicono immedesimarsi nei piccoli padroncini piuttosto che immaginarsi cristallizzati in una lotta di classe dove la possibilita’ di migliorare la propria vita e saltare dall’altra parte della barricata e’ “naturalmente” castrata.

L’atteggiamento difensivo proposto dalla sinistra in passato non e’ piu’ credibile, perche’ la storia lo ha condannato, ma anche perche’ propone una metafora sociale cristallizzata, che non prevede la mobilita’ sociale come processo naturale, organico al mantenimento della convivenza, ma solo come rottura (una volta si sarebbe detto rivoluzione).

Non che oggi non esistano tensioni regressive e difensive. Tutt’altro. I recente interventi di Tremonti tendono ad intercettare le paure della piccola borghesia, degli artigiani, dei titolari di piccole aziende, sempre piu’ esposti ad una competizione internazionale serrata.

Ma la nuova retorica, sebbene furbescamente parziale come ogni retorica, origina da un principio generale del pensiero liberista la cui validita’ non puo’ essere contestata e che e’ ormai un dato assodato in strati trasversali della societa’: non esiste ridistribuzione senza crescita e senza sviluppo. In questo senso datori di lavoro e lavoratori sono effettivamente “sulla stessa barca”.

Le comunanze di interessi forse finiscono qui, ma non e’ poco. Quello che scrivi e’ giustissimo. La psicologia del lavoro ha prodotto numerossisime conferme di quello che dici. Non e’ necessario menzionare il mobbing per rendersi conto che la posizione di subalternita’ del lavoratore dipendente ha effetti reali, non e’ un trucco beffardo della sinistra. Mi permetto di aggiungere che la scarsa autonomia decisionale, un disequilibrio tra le richieste dell’attivita’ lavorativa e gli elementi remunerativi, e l’insicurezza del posto di lavoro durante le riorganizzazioni aziendali sono ormai riconosciuti come fattori di rischio cardiovascolare e promotori di disturbi psichici.

Ma i conflitti non finiscono qui. Il rapporto tra capitalismo e democrazia e’ complicato e se e’ vero che lo sviluppo e’ condizione necessaria alla ridistribuzione, non ne e’ condizione sufficiente. La democrazia, perche’ sia sostanziale e non solamente procedurale, richiede che le opportunita’ di sviluppo, crescita, arricchimento e felicita’ siano equamente distribuite tra gli individui. La democrazia richiede almeno condizioni di eguaglianza ex ante, alla nascita, perche’ la mobilita’ sociale sia effettiva e non solo sbandierata. Il capitalismo inevitalmente genera disuguaglianze che si riflettono nelle generazioni successive. Solo lo Stato puo’, attraverso la tassazione e i meccanismi di ridistribuzione, sanare le distrsioni generate dal capitalismo.

In questo ruolo di moderatore del capitalismo, delle sue spinte polarizzatrici, la sinistra ha ancora molto da dire e si gioca il futuro.


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Una risposta a “Il presidente-operaio e la democrazia”

10 03 2008
Il presidente-operaio e la democrazia « Innovatori Europei - St Louis’s Weblog (07:09:08) :

[...] macroscopiche che si traducono inevitabilmente in disuguaglianze di opportunita’ e liberta’. Leggi il resto dell’articolo… [...]

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