Le donne, le protagoniste del nostro futuro
25 03 2008Oggi più che mai le politiche di welfare, a qualsiasi livello istituzionale, sono attente più che in passato alle componenti deboli, come i giovani, e appunto le donne, prevedendo una serie di provvedimenti di stimolo alle capacità imprenditoriali, di riduzione delle barriere all’entrata al lavoro autonomo, di sostegno dei diritti d’eguaglianza e di responsabilizzazione femminile, nella consapevolezza che soltanto un modello sociale efficace può frenare il declino demografico, l’invecchiamento della popolazione, e creare ricadute positive per lo sviluppo economico futuro del territorio.
Certo, le disparità di genere ancora persistono, nonostante la crescita dei livelli di istruzione femminile, che in taluni segmenti della popolazione, hanno superato addirittura quelli maschili. Permangono ancora elevate difficoltà nella conciliazione tra tempi di lavoro e organizzaione familiare, malgrado strumenti legislativi più accoglienti di un tempo.
Ma rispetto agli anni addietro comunque qualche passo in avanti è stato fatto, vi è una maggiore consapevolezza che le donne, oggi, rappresentano la chiave di sviluppo del nostro Paese, che esse saranno le protagoniste essenziali del cambiamento.
Prendendo a riferimento soltanto l’evoluzione degli ultimi tre anni (2004-2007), secondo i recenti dati Istat sulle Forze di Lavoro, l’occupazione femminile italiana è aumentata in questo arco di tempo ad un tasso di crescita medio annuo dell’1,2%, a fronte di un aumento dell’occupazione maschile dello 0,9%. Tant’è che ormai da qualche anno si parla di femminilizzazione del mercato del lavoro. Tre in particolare sono stati, come noto, i fattori che hanno inciso su ciò: le trasformazioni socio-demografiche, le quali hanno modificato il volto della famiglia ed il ruolo della donna al suo interno, la crescita della domanda di servizi, e la diffusione delle forme di flessibilità, soprattutto in termini di orario lavorativo.
A fine 2007, lavoravano in Italia 9 milioni e 250 mila donne, più esattamente circa 47 donne su 100 in età lavorativa (15-64). Tre anni prima il tasso di occupazione era inferiore dell’1 per cento. Ciò evidenzia immediatamente come nel nostro Paese, e soprattutto in alcune zone del Centro Sud Italia, persistano ancora evidenti sacche di disoccupazione femminile, in particolare tra le componenti più giovani, che talvolta si tramutano anche in situazioni peggiori, che portano allo scoraggiamento totale nella ricerca di lavoro, a forme emigratorie, etc, anche per quelle fasce di offerta più qualificata.
Questo fenomeno certamente frena l’intero Paese nel perseguimento del target di Lisbona, fissato al 60% per il 2010.
Un dato interessante che emerge e che molto spesso viene un po’ snobbato, è che questa crescita in rosa ha trovato nel processo di terziarizzazione il terreno più fertile (+2,1-2,2% medio annuo nell’ultimo triennio), insieme ad un forte orientamento verso l’area del lavoro dipendente ed un inserimento rilevante nell’intero ventaglio dei lavori flessibili.
Poste 100 le donne occupate, a dicembre 2007, oltre 80 lavoravano all’interno del settore terziario (80,4% come dipendenti, 82% come autonome), contro le 78,5 di 3 anni prima. In talune regioni e realtà provinciali, come Massa-Carrara, il fenomeno della terziarizzazione del lavoro femminile è ancora più evidente, superando la quota del 90%. La donna insomma tende ad identificarsi sempre più con il settore del commercio e dei servizi, siano questi rivolti alle imprese siano questi sociali o verso le famiglie, stante un settore industriale che, al di là di taluni comparti (alimentare, moda, mobile, etc), si rivolge a specializzazioni (“hard”) poco attrattive per la componente femminile.
E’ chiaro che le politiche del lavoro non potranno non tenere conto nel prossimo avvenire di questa peculiarità, anche in vista delle sfide targate Lisbona per la piena occupazione.
Corre dunque d’obbligo la domanda: fino a quando il terziario sarà in grado di soddisfare l’offerta di lavoro femminile? Quanto sarà in grado di soddisfare il connubio “più lavoro-miglior lavoro”, raccomandato dall’Unione Europea?
Come diceva una nota canzone <<lo scopriremo solo vivendo>>.
Daniele Mocchi

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