Il nuovo studio di Innovatori Europei – Sapere
In questi giorni il dibattito pubblico si sta occupando di baroni, scandali giudiziari, e concorsi truccati. A noi di Innovatori Europei sembra invece giunto il momento di ri-centrare il dibattito su quello che veramente conta: quali opportunità il sistema universitario offre ad ognuno di noi per migliorare e crescere professionalmente? Per produrre e condividere innovazione e sapere? Per cambiare in meglio il nostro status sociale?
Nelle economia moderne, le Università sono un motore fondamentale dello sviluppo tramite la produzione di capitale umano, avanzamenti scientifici e l’integrazione con le giovani imprese in parchi del sapere per aggregare competenze e produrre ricchezza Ma non solo. L’accesso esteso agli studi universitari sarà tra i principali discriminanti tra società chiuse e immobili, e società dinamiche, aperte e pronte ad adattarsi ai mutamenti delle condizioni economiche globali.
Partiamo quindi dai dati. Fino al 35% dei lavoratori nei paesi più avanzati è impiegato nei settori ad alto contenuto tecnologico delle scienze della vita, della finanza, della comunicazione, dell’ingegneria, delle industrie manifatturiere leggere e high-tech. Ma strategiche sono anche la diffusione della cultura umanistica e artistica, tanto più’ importanti in un paese come il nostro, detentore del 70% del patrimonio artistico mondiale.
E invece, negli ultimi 15 anni i settori ad alta densità tecnologica hanno avuto in Italia tassi di espansione più lenti che altrove; gli investimenti in tecnologie della comunicazione sono stati scarsi e scarsamente produttivi; gli stipendi medi hanno perso potere d’acquisto.
Come recentemente descritto, la crisi italiana e’ soprattutto una crisi di produttività. Siamo stati di fatto incapaci di utilizzare appieno il nuovo apporto di forza lavoro, assorbire efficacemente le innovazioni tecnologiche e arricchire il capitale umano del paese per tenere il passo dei nostri diretti concorrenti. In Italia, il ritorno economico dell’investimento in istruzione terziaria è infinitesimo e in preoccupante decremento da 15 anni, mentre quasi la metà dei dirigenti e imprenditori ha un titolo di studio pari o inferiore alla terza media.
Da tempo l’Italia è il più grande esportatore europeo di cervelli e il paese meno capace di importare figure professionali qualificate dall’estero. Già agli inizi degli anni 90 la quota di laureati italiani residenti fuori dal territorio nazionale era doppia o tripla di quella degli altri paesi europei. Le Università italiane più aperte ospitano solo il 5% di ricercatori stranieri contro il 30-75% dei migliori Atenei del mondo. Inoltre, il nostro paese produce meno laureati dei nostri competitori e la durata degli studi è esorbitante: in Italia ci si laurea a 30 anni, dopo più di 9 anni dall’immatricolazione e circa 4 studenti su 10 sono fuori corso da oltre 5. Numeri impensabili in qualsiasi altro paese moderno.
Anche il versante della ricerca non offre un panorama rasserenante. La nostra produzione scientifica e’ inferiore per quantità e qualità a quella dei diretti competitori internazionali. Anche per questa ragione le nostre Università faticano ad attrarre capitali privati. Quando poi i nostri ricercatori riescono ad ottenere finanziamenti Europei, scelgono spesso di emigrare per realizzare i loro progetti, segno che ritengono il nostro paese inadatto a sostenere i loro studi.
Infine, aspetto non meno allarmante, l’Università pubblica italiana fallisce anche nella sua funzione di moderazione delle diseguaglianze sociali: solo 1 ragazzo su 3 tra i 19 e i 22 anni frequenta un corso accademico. Poco più’ della metà rispetto agli Stati Uniti, nonostante i costi per l’istruzione siano in quel paese ben più’ elevati.
E’ allora fondamentale dare gli strumenti legislativi e finanziari per consentire all’Università italiana di recuperare il terreno perso e raggiungere livelli di eccellenza, pur garantendo l’accesso all’istruzione superiore anche alle fasce più’ deboli della popolazione.
Oggi tutti sembrano convinti che più denaro e concorsi a prova di truffa possano risolvere ogni problema. Ma è questa la strada giusta? La ricerca accademica italiana è poco produttiva perché sotto-finanziata? La correttezza dei concorsi pubblici è veramente una questione risolvibile tramite leggi prescrittive sempre più dettagliate che finalmente indichino una procedura inespugnabile? E’ veramente una questione di furbetti, mascalzoni e fannulloni?
A prima vista maggiori investimenti pubblici sembrerebbero essere non solo necessari, ma urgenti: la quota di PIL devoluta alla ricerca e all’innovazione nel nostro paese è pari al 1.1% (di cui 0.55% statale) ed è inferiore alla media europea (EU15). Ma a guardar bene si scopre che le spese sostenute per full time – equivalent student e per ricercatore sono superiori a qualsiasi altro paese europeo e persino agli Stati Uniti. Inoltre il rapporto tra full time – equivalent students e docenti, una misura dell’effettivo carico didattico, non e’ diverso da quello delle ottime Università inglesi.
Esiste poi un altro mito, forse il più persistente, il quale consiste nel ritenere che il corretto funzionamento del meccanismo di reclutamento sia una questione essenzialmente etica e normativa. E allora ad ogni scandalo si introducono nuove fantasiose regole nel tentativo di circoscrivere la discrezionalità e promuovere la trasparenza fino a quando la fantasia dei regolati (che in Italia pare essere inesauribile) trova un metodo per superare i limiti imposti dalle leggi.
I dati empirici confermano tristemente quello che ognuno di noi conosce. Il fattore che maggiormente determina il successo accademico in Italia è l’affiliazione a qualche cordata locale o baronia, e non la produttività scientifica o la qualità della didattica offerta. Il “fattore campo”, se vogliamo usare una metafora calcistica, è così forte che un outsider deve produrre almeno 13 pubblicazioni in più di un affiliato se vuole partire alla pari nel concorso.
In realtà, non conta da chi è composta la commissione, se sorteggiati o selezionati tra un panel di esperti. Non conta la correttezza delle procedure formali, se nessuno pagherà mai per scelte sbagliate in sede di reclutamento e promozione. L’attuale sistema di fatto incentiva il prodursi di cordate e accordi. Il tempo che i professori dedicano a costituire e solidificare relazioni è necessariamente maggiore di quello dedicato a fare ricerca e insegnare, perché solo le “amicizie” contano veramente. Non è un problema antropologico, nemmeno genetico. E’ un problema strutturale che riguarda il sistema di incentivi che governano il sistema.
Fino ad oggi in Italia i fondi sono stati distribuiti su ba se storica, e il sistema di progressione salariale è automatico, biennale e dipende esclusivamente dall’anzianità di servizio. In Italia non esiste alcun meccanismo efficace di interruzione della carriera accademica che sia iniziato da una Università. Questo deve cambiare. Bisogna pretendere che il sistema universitario pubblico sia efficiente, produca risultati misurabili, si sottoponga alla verifica delle sue attività perché assegnare appropriatamente i fondi in assenza dei segnali prodotti dal mercato richiede una costante raccolta di dati e un attento scrutinio.
Come dimostrato dai recenti studi empirici, l’autonomia, finanziaria e legale delle Università e la loro responsabilizzazione attraverso le valutazioni di efficacia ed efficienza, sono i presupposti necessari perché qualsiasi riforma abbia una qualche speranza di successo.
Ad oggi, il 70% dei fondi provengono dal Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO). Da qualche anno però una parte del FFO viene assegnato secondo la Quota di Riequilibrio (QR) che entrerà a regime nel 2030. Questo meccanismo attribuisce i fondi pubblici in base al numero di full time students e al costo standard per studente. La QR si basa sul presupposto che le Università che offrono servizi migliori vengano frequentate da più studenti e siano quindi in grado di acquisire proporzionalmente maggiori risorse.
Purtroppo anche questo meccanismo presenta ancora notevoli imperfezioni. In sintesi la QR tende a favorire le aree didattiche a bassa intensità tecnologica che richiedono costi fissi minori; l’assenza di un sistema di controllo di qualità dei risultati tende a disincentivare la creazione di percorsi e metodi formativi innovativi, di per se stessi più’ rischiosi e costosi; terzo, in assenza di un mercato del lavoro che accoppi efficientemente produttività e salario la QR può incentivare una riduzione degli standard formativi e inflazionare il rilascio di lauree, come osservato molto chiaramente da recenti analisi empiriche.
E’ quindi fondamentale condurre valutazioni basate sull’evidenza scientifica per migliorare il calcolo della QR e includervi parametri in grado di riconoscere opportunamente le differenze di costi fissi tra le diverse aree e discipline. Sarà inoltre decisivo agganciare una parte rilevante dei fondi ad un sistema di valutazione della didattica che incorpori indicatori di volume (numero di laureati/anno) e indicatori di qualità’ (ad esempio, soddisfazione dell’utenza, tempo mediano di disoccupazione post-laurea, salario nel primo biennio post laurea, ecc).
Dovrà anche essere implementato un piano di edilizia universitaria e di prestiti facilitati legati alla performance dello studente che abbatta i costi di trasferimento e faciliti la mobilità. Infine dovrà’ essere favorito lo sviluppo di agenzie autonome per il ranking e resi pubblici i dati di performance delle Università.
Ma non dobbiamo dimenticare che il successo di un’istituzione accademica dipende anche dalla qualità e motivazione degli studenti. Il regime attuale, in cui gli studenti pagano solo il 10% dei costi, non incentiva lo studio serio e il raggiungimento di obiettivi formativi in tempi ragionevoli. Inoltre, rette artificialmente basse rappresentano di fatto un trasferimento netto dai poveri ai più ricchi, perché abbassano la qualità della didattica intrappolando i meno abbienti in un sistema non in grado di fornire una formazione adeguata a competere nei mercati globali. Dobbiamo prevedere di raddoppiare il contributo degli studenti e di estendere contemporaneamente borse di studio che coprano l’intero importo della retta degli studenti meritevoli con difficoltà economiche.
Ma questi provvedimenti incideranno solo indirettamente sulla qualità della ricerca, che necessita una ristrutturazione dei meccanismi di finanziamento.
Ad oggi solo una parte minoritaria del finanziamento pubblico viene devoluta specificamente alla ricerca tramite i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (PRIN, equivalente al 2% del FFO nel 2000), i fondi per giovani ricercatori (0.2% del FFO, sempre nel 2000) e altre fonti minori. Questi fondi vengono assegnati tramite un processo di valutazione esperta. I fondi vengono assegnati al ricercatore che può utilizzarli discrezionalmente per il raggiungimento degli obiettivi. Una parte di questi fondi va all’Università ospitante per la copertura dei costi indiretti (spese amministrative, affitti, personale di supporto). Il processo di valutazione esperta coinvolge almeno 3 revisori di cui 1 straniero. Inoltre è prevista, ma non ancora realizzata, una valutazione degli outcomes raggiunti.
Questo metodo di assegnazione è potenzialmente in grado di fornire gli incentivi e le condizioni ambientali necessarie a promuovere una vera rivoluzione delle produttività scientifica nel nostro paese. La competizione diretta e aperta per risorse limitate indurrà i gruppi di ricerca a dotarsi di modelli organizzativi e strumenti di analisi dei costi oggi sconosciuti nelle nostre Università. Costringerà gli Atenei a convergere verso un progressivo miglioramento della performance. Questi strumenti permetteranno contemporaneamente alle Università di competere a livello internazionale sul mercato privato della ricerca.
Ma questo mo dello di incentivazione non può funzionare alle attuali condizioni. Poco più del 2% del fondi non possono influenzare comportamenti generali. E necessario ristrutturare gradualmente ma con decisione, il fondo per il finanziamento Universitario in modo che almeno il 30% sia devoluto tramite il meccanismo PRIN. Inoltre i criteri di valutazione adottati in Italia non sono trasparenti e quindi non garantiscono l’adeguata allocazione delle risorse: in molti paesi, primo fra tutti gli USA, sono stati realizzati efficaci protocolli di assegnazione competitiva che potrebbero essere adattati alla realtà’ italiana. Infine è necessario istituire procedure per il controllo di qualità’ a breve e lungo termine dei progetti finanziati, dei criteri di valutazione e di accuratezza dei valutatori.
In conclusione, se da un lato le prestazioni dell’Università italiana sono fonte di estrema preoccupazione, essa è già parzialmente dotata degli strumenti necessari alla sua radicale riforma. Nonostante l’opinione pubblica sia indignata per gli scandali venuti recentemente alla luce, noi crediamo che gli istinti punitivi siano inutili e controproducenti. La riforma dovrà essere condotta con gradualità, consentendo a tutte le figure coinvolte di adattarsi con efficienza al cambiamento e di trarne i maggiori benefici.
Bibliografia:
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- OECD Policy Brief. International Mobility of the Highly Skilled; Luglio 2002.
- OECD/GD(97)202. Technology Incubators: nurturing small firms. 1997.
- Perotti. The Italian University System: Rules vs. Incentives. European University Institute. 2002.
- Simone, R., L’Università dei tre tradimenti, Laterza
- Simone, R., Idee per il governo dell’università, Laterza
- Van der Ploeg. Towards Evidence-based Reform of European Universities. CESifo Economic Studies, Vol. 54, 2/2008, 99–120
Presidente:
Massimo Preziuso, Ph.D. in Finanza, LUISS; infoinnovatorieuropei@gmail.com
Coordinatore del gruppo di lavoro: “Progettare l’Università’ del XXI secolo”
Luca Neri, Post-Doctoral Fellow – Saint Louis University, Mo – USA; lneri@slu.edu;
Hanno collaborato alla stesura del documento:
Luca Neri, Post-Doctoral Fellow – Saint Louis University, Mo – USA; lneri@slu.edu;
Daniele Mocchi, ricercatore ISR – CCIAA Massa-Carrara; daniele.mocchi@gmail.com;
Andrea Candelli, Ph.D. student – Vrije Universiteit Amsterdam, The Netherlands; andrea.candelli@gmail.com;
Michele Cipolli, Consulente in ICT; mcipolli@msn.com;
Aldo Perotti, Funzionario del DPS – Ministero dello Sviluppo Economico; aldo.perotti@tesoro.it;
Giancarlo Giordano, Esperto in Gestione delle Aziende sanitarie giancarlo742001@yahoo.it;
David Ragazzoni, Filosofia Politica – Universita’ Normale Superiore di Pisa ; d.ragazzoni@sns.it.
Enzo Tripaldi, Consulente per Politiche Comunitarie e Sviluppo Rurale; enzotripaldi@tiscali.it;

[...] Perche’ siamo giunti a questo punto? E in che modo uscirne? Per saperne di piu’ clicca qui… [...]
Trovo il documento in gran parte condivisibile, direi totalmente condivisibile nelle intenzioni. Io ho valutazioni diverse su alcuni aspetti, ad esempio i famosi “paametri” per la valutazione della ricerca che considero un imbroglio potenziale se non attuale. Soprattutto, forse a causa della mia età, stento a credere nella possibilità di grandi riforme e mi accontenterei di piccoli passi nella direzione giusta. Inoltre non credo che il calcolo degli studenti equivalenti a tempo pieno cui allude il documento sia utilizzabile per confronti internazionali. Il coefficiente usato 0,483 (se non ricordo male) che risale al 2003 considera come ex studenti a tempo parziale il 95% dei laureati. Infine non credo che la fuga dei cervelli in Italia sia superiore a quella di altri paesi, ad esempio la Gran Bretagna, la Grecia o i paesi scandinavi. Il problema è l’impossibilità per noi di reclutare dall’estero, dovuta a molte cause, in gran parte indipendenti dalla volontà dei professori italiani.
Egregio Professore.
Siamo onorati di ricevere questa garbata e positiva critica allo studio.
Saremmo altresì contenti se volesse sostenerci in questo ambizioso studio.
In quel caso, ecco la nostra email:
infoinnovatorieuropei@gmail.com
Cordialmente.
Innovatori Europei
Gentile Professore, grazie per il commento. Condivido parte delle sue perplessita’. Il documento e’ necessariamente generico ed imperfetto. Il nostro obiettivo e’ quello di stimolare un dibattito e perfezionare una proposta piu’ dettagliata nel tempo, dopo aver raccolto pareri e stimoli.
Le rispondo punto per punto.
1- Valutazione della ricerca. La nostra proposta non prevede un’assegnazione dei fondi per la ricerca “a posteriori”, come proposto da molti, sulla base dei criteri bibliometrici. Le motiviazioni sono molteplici e non includono solamente le note imperfezioni dei paramenti bibliometrici nel valutare la qualita’ della ricerca. Per alcune discipline i tempi della ricerca e dell’uptake dei risultati nella comunita’ scientifica sono molto dilatati. Una valutazione a posteriori assegna i premi troppo in ritardo e non sono in grado di cogliere appieno le potenzialita’ future di giovani ricercatori, in genere quelli piu’ produttivi. Pensiamo che un meccanismo di assegnazione competitiva di fondi per la realizzazione dei progetti (come avviene per il PRIN e per il NIH americano) tramite valutazione esperta sia piu’ appropriato. In questo contesto la valutazione a posteriori della ricerca dovrebbe funzionare come un ciclo di controllo della qualita’ del processo di assegnazione dei fondi (e solo in parte per valutare l’operato del ricercatore assegnatario). Immaginiamo questa valutazione basata sia su indicatori di processo (completamento del progetto nei tempi e con il budget prefissato, rispetto di scadenze nella pubblicazione dei risultati) e di risultato (indicatori bibliometrici di impatto). Il NIH valuta periodicamente i criteri di scoring per la valutazione dei progetti e la qualita’ delle commissioni valutatrici.
2- Il dato sui full-time equivalent student usato puo’ essere, come da lei fatto notare, non aggiornato e parzialmente fuorviante. Resta il fatto che, per quanto ne sappiamo, non esistono al momento misure “piu’ valide” della partecipazione alla didattica dei nostri studenti. Questo e’ un altro problema grave dell’universita’ italiana. A causa della scarsita’ di dati credibili spesso i dibattiti si focalizzano necessariamente sulla validita’ delle misure. E’ necessario istituire esercizi di raccolta dati periodici, per consentire ai policy makers valutazioni il piu’ aderenti possibili alla realta’.
3- Sulla fuga dei cervelli le segnalo i lavori di Gagliarducci, Baker, Tinagli e il Brief dell’OECD. Se e’ vero che la fuga dei cervelli sia molto intensa in Italia (se non la piu’ intensa tra le piu’ intense d’Europa), concordiamo che il problema piu’ acuto riguardi la capacita’ di attrazione. Su questo problema le reponsabilita’ sono molteplici. In Gagliarducci et al. la scarsa attrattivita’ viene in parte attribuita alla struttura del sistema premiante italiano. Seppur importante, riteniamo non sia il solo fattore. Le leggi sull’immigrazione e la capacita’ delle nostre citta’ universitarie di offrire ambienti ospitali e stimolanti gioca un ruolo altrettanto fondamentale (Tinagli et al). L’Italia sta perdendo la battaglia anche su questo terreno.
4- Siamo consapevoli che grandi riforme siano destinate alla polvere dei cassetti. Per questo la nostra idea di riforma prevede 2 pilastri:
a) modifiche e potenziamenti graduali nel tempo di strumenti gia’ esistenti (la quota di riequilibro e il PRIN). Prevediamo un uptake di 10 anni.
b) Progressiva autonomia degli atenei (inclusa l’abolizione dei concorsi). Una volta che un sistema di incentivi appropriati e’ in essere, le universita’ devono essere libere di assumere, licenziare, stipulare contratti, ottenere finaziamenti privati per progetti specifici di ricerca o attivazione di corsi, in totale liberta’: ci rendiamo conto che questa e’ la parte politcamente piu’ impegnativa, ma nessuna riforma piu’ realmente funzionare se non accoppiamo direttamente la responsabilita’ (approvigionamento di fondi), al potere (autonomia amministrativa e legale)
Luca Neri
Ecco, il documento l’ho letto ma gli ultimi 4 punti mi chiariscono meglio quel che proponete. La proposta di APRI si concentra sul punto 4, ed e’ abbastanza in linea con la vostra. Quel che a noi sembra indispensabile, pero’, e’ una valutazione della ricerca e della didattica sul modello del RAE (ed altre istituzioni europee), cosa che voi invece sostituite con “PRIN” e “FTE”. Contrasto insanabile?
No, non c’e’ un contrasto insanabile. Discutiamone. Tieni presente pero’ che il RAE si occupa solo di valutare la ricerca e non la didattica. La Quota di Riequilibrio usando il FTE tenta, con tutti i suoi difetti che devono essere corretti, di far “votare gli studenti con i piedi”..ovvero le universita’ che offrono didattica e servizi per studenti migliori beccano piu’ fondi.
Credo che i meccanismi di finanziamento della didattica debbano essere separati perche’ non necessariamente didattica e ricerca devono coesistere in una istituzione di formazione terziaria.
Inoltre il RAE e’ costosissimo e pone problemi di praticabilita’ ed efficacia perche’ e’ una valutazione solo retrospettiva. Esiste sicuramente una correlazione tra produttivita’ passata e futura ma questa correlazione certamente varia con l’eta’ del ricercatore e la sua posizione accademica. MI pare difficile tenere in considerazione questi aspetti.
Per questo propendo per un meccanismo di assegnazione competitiva come il PRIN in cui tra l’altro e’ relativamente semplice inserire uno score per la produttivita’ passata. Chiaramente questo sistema deve essere accompagnato da un ciclo di controllo dei reviewer che dovrebbero essere valutati ogni X anni (ogni societa’ scientifica decida X indipendentemente). In questo modo i reviewer internalizzano i costi/benefici della scelta.
Inoltre questo meccanismo induce un processo di responsabilizzazione e trasparenza dei bilanci che consentira’ alle universita’ italiane di competere per l’acquisizione di fondi privati nel mercato internazionale (cosa in cui siamo messi malissimo)